#FestLet e altre storie

Mappa #FestLettSiete mai stati ad un incontro con l’autore in cui vi hanno regalato cotton fioc e guanti per lavare i piatti? Io si, e non finirò mai di dire quanto mi sia piaciuto. Non solo un po’di casalinghi in omaggio fanno sempre comodo, ma trovo di una modernità straordinaria il fatto che gli eventi culturali possano essere sponsorizzati, soprattutto se a farlo è un’azienda che (non me ne vogliano) non produce pannelli solari, nota, tra l’altro, la difficoltà di omaggiarne uno a ciascun convenuto. E come sempre parlano i numeri, anche attraverso le pagine del Sole 24 ORE, dove si legge che per l’80% Il Festival della Letteratura di Mantova si ripaga con fondi privati e biglietteria.
La città è una bomboniera confezionata dall’abbraccio amorevole del Mincio. La rassegna, se possibile, ne esalta la personalità, occupando gli spazi con ospitalità e buongusto, nel senso proprio del buon gusto per la lettura, senza dimenticare sevizi (navette, parcheggi gratuiti, bagni pubblici) e la possibilità di unire alla passione per le lettere quella per il turismo.

È il lettore, infatti, il centro della kermesse, piuttosto che quello che si vorrebbe egli leggesse. Il #FestLet (che hashtag del cavolo, però!) è una specie di luogo miracoloso nel quale con cordialità inconsueta si porgono ai fruitori pagine più o meno edite, argomenti originali di discussione, spazi di vero confronto e puro divertimento, e che ciò corrisponda al vero è dimostrato dal fatto che, non solo ne sto scrivendo entusiasta nonostante mi sia stato negato il pass dall’ufficio stampa (ebbene sì, ho pagato per ogni singolo evento di cui vi racconto, tranne per quelli ad ingresso libero, naturalmente), per quanto gli stessi editori, se non quando presenti alle presentazioni degli scrittori “di punta”, hanno avuto in acconce aree mercantili l’unica griglia di cielo in cui sventolare le loro pubblicazioni in vendita. Per non parlare del fatto che la selezione delle case editrici rimane spudoratamente nell’approcciabilissima dimensione della misura d’uomo: niente pippette con la penna in mano che vendono miliardi di copie alla prima uscita, pochi claim, sobrietà di assoluto livello, vivaci spunti per il contraddittorio tra chi scrive e chi legge.

Una delle cose più divertenti? Le translation slam: vere e proprie competizioni che hanno visto i migliori traduttori professionisti internazionali alle prese con testi in lingua da riportare in italiano e viceversa. Nello specifico, il mio rinomato sedere mi ha consentito di assistere al primo esperimento effettuato su un romanzo italiano, di cui Shaun Whiteside e Isobel Butters avevano ricevuto precedentemente un brano, confrontandosi coraggiosamente poi in pubblico (in presenza dell’autore!) con le rispettive traduzioni e introducendoci nelle mille imprevedibili vite che un libro può rivivere a seconda della personalità di chi lo trasduce (no-no, c’è scritto proprio trasduce).
Né mai avrei creduto che il gotico italiano (categoria letteraria a me pressoché ignota, grazie anche, credo, alla balorda abitudine di tralasciarlo nei programmi scolastici) potesse provocarmi sogghigni nei piacevoli e distensivi appuntamenti a Piazza Lega Lombarda, nei giardini di palazzo Ducale, con la Compagnia della Lettura: mi sono potuta concedere, per questioni di tempo, soltanto Alberta Bassi, Isa Bonfà e Giovanna Granchelli nel reading de Il morto resuscitato di Emma Perodi (nell’800 le donne scrivevano di horror, qualcuno rabbrividirebbe già solo a questo pensiero) ma mi è bastato per innamorarmi dell’idea. Sulla stella linea d’onda anche la vicina biblioteca gotica nell’Atrio degli arcieri: più di trecento titoli in tomi e scansioni digitali consultabili liberamente, grazie alla collaborazione con i sistemi bibliotecari partecipanti.

Ma ce n’era per tutti i gusti. I miei, limati dalla limitata disponibilità di posti e dall’assurdo ma necessario meccanismo della prenotazione on-line, mi hanno diretto verso il composto Carlo Lucarelli, alle prese con la presentazione del noirista nordico ante litteram Peter May, nonché ad un incontro col mitico Edgar Morin, che ho scoperto aver forse già dato fondo, alla sua considerevole età, a tutte le idee e le riflessioni che il mondo potesse pretendere da un filosofo. Ma temo di aver contribuito io, ad essermi persa i suoi periodi migliori. A saperlo sarei rimasta a sentire (gratis), nella spettacolare Piazza Sordello, Marco Malvaldi che disquisiva amabilmente del satirista Giorgio Marchetti, scomparso purtroppo nel 2014, e del suo adorabile Borzacchini, edito manco a dirlo da Ponte alle Grazie. Per non parlare del filone “accenti” che ha dato luogo a Stories that must be told, grazie alle quali ho potuto ascoltare lo scrittore Okey Ndibe.
Nel vacuum dell’overbooking che mi ha impedito, per esempio, di seguire Paolo Nori, ho allora deciso di affrontare uno dei misteri per me più impenetrabili dell’emisfero commerciale: Maurizio De Giovanni, che in un gremitissimo cortile di Palazzo San Sebastiano ha intrattenuto per oltre un’ora il pubblico delirante, il quale vantava di aver letto tutti e dico proprio tutti i suoi libri, chiedendo nelle successive domande quando ne usciranno di altri (ahimè, saranno accontentati) e ammirandolo ancor di più per la sua indiscutibile dialettica che, se da un lato contrasta con l’ombra (che lui vorrebbe essere noir) dei toni dei suoi romanzi, dall’altra spiega il motivo, forse, del suo popolarissimo (forse) commissario vattelappesca. Ma quando ha letto un brano del suo libro, nessun autore dovrebbe farlo coi propri romanzi, si sa, la percezione infantile e banale che me ne è derivata mi ha spinto ancora una volta a sfogliarne alcune pagine dalle copie in vendita sul bancariello all’uscita, convincendomi che, definitivamente no, non amo il suo genere. Non il suo genere letterario: il suo genere di scrittura.
E vabbè, ce ne faremo una ragione.

Per fortuna, a dare un tocco, e che tocco, di internazionalità alla piccola grande kermesse ci ha pensato l’invito al Nobel Vargas Llosa (a proposito, mo’ mi scordavo di dirvi che ho visto in anteprima italiana al festival Gabo, uno spettacolare lungometraggio di Justin Webster su Gabriel Garcìa Màrquez) e per non farsi mancare di coprire un po’ tutti i generi si è naturalmente parlato anche di libri per cucina, sponsorizzati da Grana Padano, ma tant’è.

Le cose che mi porto a casa, oltre che per questioni sentimentali, da sbalordita abitante della piccola provincia del centro-sud? L’encomiabile contaminazione col teatro, anche in termini di spazi: all’Ariston, dove ho sbavato ignominiosamente assistendo alla performance della divina Lella Costa, impegnata nella suggestiva e non facile lettura di alcuni atti notarili di epoca medievale e rinascimentale, con i quali si disponeva e gestiva le doti delle giovani nubende venete e del valore assolutamente nullo che gli stessi atti attribuivano ai danni morali che ad esse ne derivavano. Un pretesto come un altro per dire dov’eravamo e dove siamo rimasti.
E ce n’è un’altra di contaminazione, un’opportunità che ogni città universitaria dovrebbe pretendere da se stessa (ATTENZIONE: il Sistema Universitario a Mantova è gestito da una FONDAZIONE): è stato proprio nell’Aula Magna “Isabella d’Este” che ho assistito al confronto tra Elisabetta Bucciarelli, autrice de La resistenza del maschio (di cui vi parlerò in apposito post, ❤ ) e Paolo Colagrande (Senti le rane) col pretesto della presunta differenza tra scrittura al femminile e al maschile.

È qui che ho scoperto quanto una ditta di prodotti per la cura della persona e della casa possa essere generosa. E non pensiate che i gadget siano di esclusiva pertinenza del pubblico da irretire. L’omaggio lo hanno avuto anche gli autori, e pure in confezione deluxe.

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~ di Gli stregatti di Maria Elena Napodano su settembre 27, 2015.

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