Gli agnelli feroci e l’ineffabile arte di gestire il rifiuto

prioritiesEsempi di motti sull’amor proprio, che tendenzialmente fungono solo da magra consolazione:
– Dio ti ama anche se sei un peccatore;
– nessuno potrà farti sentire inferiore senza il tuo consenso;
– chi non mi vuole non mi merita
– e (il mio preferito): perché io valgo.

Dicono che sia una prerogativa tutta femminile, eppure nel variegato novero delle mie esperienze ho potuto appurare che qualche gentiluomo non si esime dalla pratica. Personalmente, è una vita che combatto contro la paura del rifiuto. Senza addentrarmi nel ginepraio delle possibili cause patologiche del mio disagio, dirò che ho provato a rifuggirla sperando che ogni volta fosse l’ultima ma ho sempre avuto torto. Le persone motivate in modo esistenziale dall’approvazione altrui, come lo sono io, godono di un complimento o di un’attenzione come fosse una botta di coca, sprofondando poi nei baratri dei naturali tempi morti che separano un apprezzamento dal successivo.

È così che si vaga raminghi nei boschi dell’autocommiserazione, spostandosi da un albero all’altro esclusivamente tramite le liane della considerazione degli altri come incazzatissimi baroni rampanti, impauriti dall’eventualità di cadere al suolo del faccia a faccia con se stessi e odiando quello che si potrebbe vedere.

C’è di buono che con l’età si impara ad accettarsi, quasi sempre, e che vivaddio cominci a stimarti, nonché a sentire l’esigenza di un coming out. Così, proprio quando la calvizie precoce incede e quella bella chiappa soda, di cui tanto ti vantavi, dà i primi segni di cedimento trasferendo tutta l’energia alle sinapsi che finora avevano lavorato solo per farti notare i tuoi limiti, finalmente, un po’ di sano cinismo affiora e ti ritrovi a prenderla più sportivamente, domandandoti perché mai, ad ogni nuovo rifiuto, uno debba rammaricarsene tanto. Dopotutto, è nelle facoltà di ciascuno scegliere cosa gli piace e cosa no, ciò che lo fa stare bene e ciò che, al contrario, gli dà noia.

Io stessa, mi sono detta, ho rifiutato. Ho rifiutato (stupidamente) i voti agli esami credendo di poter prendere di più; ho rifiutato proposte di lavoro, convinta com’ero che per certe cose non ero portata (ed è per questo che non mi farò mai i soldi), ho rifiutato l’amore, quando credevo di non meritarlo o molto più semplicemente perché certe cose mi stavano strette (nei casi di stronzi accertati, invece, la mia reazione è stata piuttosto quella di alzare ancora di più l’asticella, dove amebe e pulci, per quanto tenaci, non possono arrivare a saltare)… Questo non vuol dire che non apprezzassi quel che mi era stato offerto, anzi, ho sempre voluto rivendicare, però, il mio sacrosanto diritto a declinare, senza neanche badare a farlo con gentilezza, adesso che ci penso.

Ma quando è toccato a me, di essere rifiutata, ho sprecato lungo e prezioso tempo a leccarmi le ferite, senza preoccuparmi tanto dell’oggetto del desiderio, quanto rimpiangendo di non potermi sentire importante. E allora ho lasciato che si brucasse nel mio prato segreto, rincorso le illusioni, sponsorizzato e promosso me stessa come uno shampoo, rendendomi conto troppo tardi che credevo di pubblicizzare un’essenza preziosa e invece venivo percepita come un anti-pidocchi a buon mercato.

Quindi è tutta una questione di educazione al rifiuto, oltre evidentemente che di educazione nel rifiuto, perché al rifiuto, anche più d’uno, in serie, piccolo o grande che sia, con strascichi o meno, vendicativo o incosciente, si può sopravvivere: è questa la notizia.

Se si potesse apprendere come una materia scolastica, innanzitutto che non bisogna prenderla sul personale (questo, in generale, ci vorrebbe), e poi che non necessariamente è una perdita di opportunità, potendosi piuttosto rivelare un’occasione di aspirare al nuovo, all’inatteso, all’imprevedibile, ecco, del cui spauracchio ci trasciniamo atavicamente il timore, in quanto assenza di certezze; se veramente ci fosse un libro, un maestro, una scuola dell’arte di gestire il rifiuto, chissà quante delusioni e offese sconclusionate potremmo risparmiarci nella scontata, banale, ovvia e normale alternanza tra le vittorie e le sconfitte relazionali della vita.

Il “no, grazie” dell’altro potrebbe diventare uno di quei comandamenti che si studiano al catechismo, un segnale stradale dei quiz di scuolaguida, un cartello da apporre negli ormai sparuti luoghi di ritrovo reale oppure un credito da acquisire su Second Life, un’emoji con cui personalizzare il profilo social.

A valle di tutte le elucubrazioni di cui vado dissertando, sto imparando a chiedere permesso prima di entrare nelle vite degli altri. Lo sforzo è di evitare di incastrarli in uno di quei magheggi da ricatto psicologico, il quale, tra l’altro, in genere produce proprio l’effetto opposto di far dileguare colui o colei che bramiamo, con tutte le sue grazie. Non si dovrebbe mai costringere nessuno a stare con noi, eppure la mente umana sa inventare astute trame tragiche, di cui il malcapitato co-protagonista è talvolta complice inconsapevole, talaltra accondiscendente oggetto di scelta. Magari per tutta la vita. E se invece si lascia andare qualcuno? Chi mai saprà spiegare se era così che doveva andare o se, in fondo, ne sarebbe valsa la pena?

Ne ho conosciute di persone capaci di voltarsi dopo aver fatto spallucce e ricominciare come se niente fosse. Ne ho sempre invidiato la superficialità e, in fin dei conti, la libertà. Quella libertà che ho preteso per me stessa dimenticando che avrei dovuto rispettarla anche in chi non ha voluto far parte della mia vita, per lo meno non alle condizioni che dettavo io, e devo fare ammenda, chiedendo scusa. Scusa per tutte le volte che ho fatto sentire obbligato qualcuno a compatirmi, adularmi, accettarmi com’ero senza mediazioni, a starmi accanto non perché lo desiderasse, ma per non sentirsi in colpa.

Sarebbe divertente poter concludere con la lista dei nomi, non tutti necessariamente di genere maschile, che mi vengono in mente, molto, molto divertente, ma purtroppo non si può. Proverò a farne un elenco privatamente: se vi fischieranno le orecchie sapremo entrambi che ne fate parte e potrete ritenetevi destinatari della richiesta di scuse di cui sopra, nella speranza della lieta eventualità di rincontrarci, con rinnovati auspici di un rapporto diverso, questa volta sì, veramente franco.

E per quanto questo post voglia rappresentare un universale messaggio di riconciliazione, con se stessi e con gli altri, per quel che me ne cale e a dimostrazione di un autentico passaggio ad una più liberale forma d’amore, quand’anche non vi riconosciate, non condividiate ciò che ho scritto o non leggiate affatto, spero non vi dispiaccia se alla fine, penso, con buona pace mia e vostra sopravvivrò anche a questo.

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~ di Gli stregatti di Maria Elena Napodano su gennaio 4, 2016.

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