#FoodFest2017

Appena alla seconda edizione e già così maturo, sia in termini di argomenti sia per qualità degli interventi. Una selezione ampia, con scelte decise di posizionamento ed equa rappresentatività alle diverse esperienze.

Senza contare che l’ultimo giorno ci hanno portato a fare un giro perlustrativo per le botteghe dei Maestri del Gusto, in un folle twist dei sensi. So solo che a un certo punto nella pasticceria di Gertosio stavo svenendo. Ma andiamo avanti.

Un Festival buono pulito e giusto, per dirla alla Slow Food, uno dei patrocinanti. L’ho vissuto in real time anche su twitter, dove mi fiondo sempre per arruolarmi tra i partecipanti qualificati agli eventi, contribuendo a celebrarli o hashtaggarli più o meno benevolmente.

Ho preferito di gran lunga i panel dell’Auditorium Vivaldi, per dirla tutta (l’altra location, sempre all’interno della Biblioteca Nazionale di Torino, era la Sala Mostra), mi è sembrato fossero meglio assortiti e impegnati su argomenti più pregnanti. Dacché, tornandomene a casa sinceramente arricchita dal punto di vista professionale, rifletto su queste poche ma rivitalizzanti nuove certezze:

  1. Il documentario emozionale e la comunità scientifica si guardano con reciproco sospetto e fanno bene. #Hunger4bees è arrivato fino in India per raccontare attraverso le giornaliste Adelina Zerlenga e Monica Pelliccia che, dove le contadine si servono di apicoltrici per l’impollinazione, la produttività può crescere anche fino al 70%, solo che hanno infarcito il dato di tante belle testimonianze contro quei cattivoni dei pesticidi e altre sostanze di “aiuto” alla coltivazione intensiva che gli scienziati presenti si sono precipitati a rettificare, fonti alla mano, adducendo che non è dimostrato che ci uccideranno tutti. Bisogna sentire entrambe le campane.

  2. Gli organismi di tutela della salute pubblica faticano come matti ma non sanno farlo capire, e sono veramente alle prime armi con la comunicazione di numeri e allarmi alimentari.

  3. La divulgazione scientifica lascia il passo alla disinformazione perché non si interroga sui benefici che ricadrebbero sulla collettività se le nuove scoperte fossero diffuse da chi le ha fatte. Largo allora ai bufalari, sui quali vigila ormai magistralmente bufale.net, soprattutto grazie a Luca Mastinu, di cui confesso essermi follemente innamorata e che non verrà mai a saperlo ma ciò non intaccherà minimamente la mia devozione nei suo riguardi. Ma andiamo avanti.

  4. C’è gente che si fa pagare 3 Euro ad articolo. Da tempo ormai denuncio la “cinesizzazione” del lavoro intellettuale, imprevedibile deriva della globalizzazione, che agli albori degli anni novanta ci aveva paventato un futuro fulgido di ingegneri occidentali e sfruttamento minorile in oriente, regalandoci invece la percezione che se un capo di Alta Moda costa 20 Euro consegnato dal Far East, figuriamoci un’opera d’ingegno. Ma andiamo avanti.

  5. Il volume d’affari delle agromafie è misurabile in valore e tracciabile in attività. L’agropirateria (di cui i laureati in Economia e Commercio come me hanno iniziato a dissertare nel 2005) non è ancora reato, in compenso esiste una proposta di legge ferma a Palazzo Chigi da diversi… mesi. A tal proposito va detto che la tipicità (di cui appunto argomentavo nella mia tesi) resterà soltanto uno slogan fintantoché sarà appannaggio delle bocche larghe del commercio (di B2B) internazionale.

  6. Esistono blog dal nome col sound tipo “tacco 12 e pentolame” (grazie Visintin) e i giornalisti enogastronomici non sono sanguisughe inopportune ma un clan prezzolato dalle lobby del fighettismo di settore.

  7. L’e-commerce dell’agroalimentare è una start up in perenne rigenerazione come nella migliore delle tradizioni lean. E se hai capito, mo’ traducilo. La verità è che on line si vende solo quello che ha un valore aggiunto in termini di servizio. Se si mangia facendo risparmiare tempo e fatica tanto meglio. E qui il mio cuore ha vacillato, dividendosi tra Mastinu e Fabrizio Zerbini dell’ESCP Europe (main partner).

  8. L’olio di palma è un surrogato del burro, e anche quello di girasole e tutti i grassi che con la scusa di avere un peso specifico più leggero vi vengono rifilati per più salutari. Li mettono perché costano meno e si conservano di più perché alterati chimicamente: fatevene una ragione e scegliete secondo coscienza ma anche secondo tasca.

  9. L’informazione ha un costo, se la cerchi a buon mercato vedi conclusioni del punto precedente. Sei un vero giornalista se verifichi le fonti. Sei una vera notizia se duri nel tempo e non ti smontano con una controinformazione più cazzuta di te.

  10. Vegano o amante della carne è una libera scelta personale, non un fronte di guerra. Grandi segnali di distensione in questo senso, al Festival.

Toh, ne è uscito un decalogo. Giuro che non è stato voluto. Dopotutto sono una giornalista, certe perversioni sono professionali. Credo che chiederò l’assistenza sanitaria. Ah già: sono una freelancer, io non ce l’ho l’assistenza sanitaria.

A proposito: voi lo sapevate che i torinesi chiamano Piazza Carlo Emanuele II “Piazza Carlina” a causa delle effeminate sembianze dell’omonimo re? Una chicca a degna conclusione dell’ultima volta in vita mia, lo giuro, che metterò piede in quella città. Ma andiamo avanti.

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~ di Gli stregatti di Maria Elena Napodano su marzo 8, 2017.

2 Risposte to “#FoodFest2017”

  1. Buongiorno Maria Elena Napodano,
    siamo Monica Pelliccia ed Adelina Zarlenga, autrici del reportage Hunger For Bees. Ti ringraziamo per aver assistito alla presentazione e per l’interesse nel nostro lavoro.
    Ti invitiamo a leggere il reportage sul sito de La Repubblica Le Inchieste (http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2016/11/14/news/gli_angeli_custodi_delle_api-149681868) per verificare come tutti i dati citati, anche quelli relativi all’uso di pesticidi abbiano un valore scientifico.
    Avremmo voluto rivolgere questo invito anche agli altri partecipanti alla conferenza se avessimo avuto opportunità di replica.
    Un caro saluto e a presto!

    • Io invece questa la considero una replica e ve la accordo molto volentieri, per quel che vale.
      Grazie della precisazione 🙂

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