Jeeg non è mai un’emozione da poco

JeegPremessa: quando decido di andare a vedere un film, cerco sempre di saperne il meno possibile. È un vizio che mi porto dietro per essere libera da pregiudizi e convenzioni, come si faceva un tempo d’altronde, quando non esistevano i teaser e la visione era sempre una scommessa.

Passerò alla storia insieme a mio fratello, forse mi ripeto, per essere stata una dei due che alla proiezione del secondo Terminator nel Cinema Umberto di Avellino, gridarono “Oddio! Ma lui fai il buono!!!” quando Schwarznegger uscì dall’ascensore giusto in tempo per salvare Sarah Connor. E ho detto tutto.

Quindi: c’era una volta un film con l’attrice di Juno che aiuta un supereroe senza poteri a farsi giustizia da solo. Ecco, se non avessi visto già quello e capolavori come Watchmen che mettono seriamente in discussione la figura del guardiano del bene, direi che Lo chiamavano Jeeg Robot è bellissimo e originale. E se le scene dei combattimenti non fossero state scopiazzate da Matrix, anche di più. Tu mi dirai: era meglio non mettercele? È vero: hanno fatto scuola, ma anche basta. Per togliermi la curiosità più grande, voglio dire: se fossi una giornalista pagata per fare domande intelligenti durante le promozioni dei film, avrei chiesto da dove nasce il grottesco accostamento tra il cupo protagonista formato gigante buono, dall’aspetto sprucidamente gradevole e ruspantello, e la tragicomica follia del suo antagonista, così credibile da sembrare veramente capace di far sbranare il suo migliore amico dai rottweiler e andarsene tranquillo al night per interpretare “Un’emozione da poco” vestito come il Joker di Batman Forever.

Uno dei vantaggi delle “recensioni” a posteriori, libere e non prezzolate è che non bisogna temere di spoilerare un film ormai fuori dalle sale e, diciamolo, se non l’avete visto vi siete persi un gioiellino.

E non solo perché, a differenza dell’amico di Juno, Santamaria è bono e acquista veri superpoteri dopo aver bevuto veleno. Tra l’altro, detto fuori dai denti, personalmente manco come belloccio gli avrei dato cento lire, potendo vantare di aver saputo schivare tutte le fiction e i film che lo avevano visto impegnato. Ma quest’opera di Mainetti ci restituisce il Claudiotto nazionale in versione decisamente abile, aiutato nella fotografia a sottolineare uno sguardo intenso (Stanis La Rochelle lo definirebbe forse un po’ troppo italiano) che però non ne ha intaccato minimamente l’attitudine e la capacità di adattarsi, anche fisicamente, al ruolo. Quasi non sfigura di fronte ad un ispiratissimo Marinelli, che per quanto abbia davanti una (speriamo per lui) fulgida carriera con ulteriori margini di miglioramento, ha dato prova di un’autentica dotazione di solide basi di recitazione.

Ecco perché, quando Jeeg si innamora, non siamo state solo io e le mie colleghe femminucce ad intenerirci in sala. E non avrò paura di aggiungere una nota emotiva che ha arricchito lo spettacolo: quelle occhiatine complici e un po’ atterrite tra noi pupette quando distoglievamo lo sguardo dallo schermo nei passaggi trucidi.  A proposito: ditemi quale film italiano ha saputo mai farvi inorridire con un primo piano su un piede sfellato da un’ascia, ridere per la reazione della fidanzata (- Però, amore mio, quando ti trasformi mettitele un paio di scarpe meglio, un supereroe con le scarpe di camoscio non si po’ guarda’ – dovrebbe rimanere negli annali delle battute italiane) ed emozionarvi nella scena successiva in cui lui la porta al Luna Park, che poi è giorno, allora forse bisognava chiamarlo Sole Park, e spinge la ruota panoramica per portare la sua tazzina più in alto di tutte… Forza, ditemelo.

Oddio, è vero anche che gli ho dato fiducia solo sulla spinta dell’annuncio di un nerd radiofonico che ascolto sempre, con la speranza che mi renda più simpatici i nerd, anche quelli radiofonici. Non ho ancora capito se devo ringraziarlo o riservargli lo stesso trattamento che subisce la camorrista verso la fine, nella scena che saprà farvi scoprire il lato più prossimo della vostra anima sadica.

Cose che voglio dimenticare: il twister buonista e affrettato, il solito dannatissimo pretesto della morte di lei per incupire ancor di più il già redento cuore di lui, il fatto che il cattivo muore, risorge e poi muore un’altra volta e qualche altro dettaglio, insomma: nessuna sceneggiatura è perfetta, soprattutto questa.

Motivi per cui sono contenta? Potermi compiacere di un film italiano riuscito, una regia cazzuta, col pretesto di una colonna sonora quasi eccezionale, dimostrando a me stessa, inoltre, che è possibile per  una donna recarsi fisicamente da sola al cinematografo per guardare un film del Genere. Che sia poi pulp, fantastico, hardcore o quant’altro, fate voi.

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~ di Gli stregatti di Maria Elena Napodano su marzo 23, 2016.

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