L’odore assordante del bianco

l'odore assordante del bianco, Teatro Gesualdo Avellino.

Amate i thriller psicologici? Siete disposti a sperimentarne una visione teatrale? Siete pronti ad assistere ad uno di essi ma senza voci fuori campo, inquadrature hitchcockiane e americanate varie?

Andate a vedere “L’odore assordante del bianco”, di Stefano Massini, beccatosi, per quest’opera, un bel Premio Riccione “Pier Vittorio Tondelli” nel 2005 come miglior autore under 30.

Questa non è una recensione, è piuttosto il consiglio di una zia cui piace il teatro, che ha grattato l’abbonamento di un’altra zia cui piace il teatro, ritrovatasi catapultata nel 1889 a Saint-Paul-de-Manson, nell’ospedale psichia

trico, precisamente, dove il sipario si apre su di un corpulento Van Gogh in atto di rotolare inesorabilmente verso il proscenio, costretto al ricovero da una mozione popolare dopo il famoso episodio del taglio dell’orecchio.

Subito fa ingresso il fratello in visita, anzi no: è un’altra allucinazione, smascherata sadicamente da due infermieri in un secondo momento, nonostante Theo avesse giurato a Vincent di essere reale. Si tratta solo del primo dei trucchetti giocati da un autore quasi perfido, privo di scrupoli nel tormentare il protagonista di fronte agli spettatori impotenti.

Luci, prospettive, ambientazione scarna, sonoro, tutto sublimemente orchestrato dalla regia di Alessandro Maggi: chirurgica, asettica, funzionale alla commedia rendendola, se possibile, ancora più efficace.

Del tutto avulso, ma comunque incastrato magistralmente nella trama, l’incontro con il Dottor Vernon Lazàre, Léon, Baptiste, una specie di mediocre capo-reparto, un Caporale, come lo avrebbe definito Totò, del quale il pittore riesce a tracciare un ritratto spietato con del carbone (definendolo egli stesso un obbrobrio, in omaggio al personaggio) e che rischia anche di finire ammazzato in un’esilarante moviola, se non fosse, appunto, per l’intervento del suo superiore.

Dopo più di metà dello spettacolo arriva quindi la luce: il direttore della struttura, appunto, interpretato da Roberto Biscione, che decide di salvare Van Gogh dall’internamento definitivo, sperimentando l’ipnosi e la pittura stessa come metodi di analisi e possibilmente di riabilitazione, un’altra ansiogena tappa del racconto, che ripercorre a ritroso il tragitto dal primo trauma infantile alle battute iniziali del dramma.

Uno script geniale, un sollievo delizioso per i cuori di coloro che possono inaspettatamente assistere alla speranza che cerca una strada per avverarsi, tant’è che, in seguito, Van Gogh potrà effettivamente lasciare il nosocomio. Provato, malconcio, ancora disorientato ma prode sopravvissuto, un po’ come chi esce dal locale al termine dell’esibizione.

Alessandro Preziosi? Ah sì, certo. Ottimo interprete e decisamente bello: bravo soprattutto a far dimenticare che (ammettiamolo) uno dei motivi per aver scelto questo spettacolo era lui. Produttore: TSA – Teatro Stabile d’Abruzzo, stima a vita per i fratelli abruzzesi.

~ di Gli stregatti di Maria Elena Napodano su febbraio 11, 2020.

 
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