La resistenza del maschio e i miei mutanti

Fdl

La resistenza del maschio con me al Festival della letteratura di Mantova

Sappiate che alla fine l’autrice non li salverà, anche se tenta di capirli, anche se si sforza di dar loro una voce (perversione squisitamente femminile), anche se il titolo del libro tergiversa tendenziosamente e il proposito è quello di descriverli, di dar loro forma in qualche modo: no, Elisabetta Bucciarelli, nel finale, i maschi mutanti comunque li punisce, perché Ciò che è deciso si compie nonostante tutto.

E allora dov’è il tentativo di mediazione?, mi sono chiesta quando ho richiuso per l’ultima volta la quarta sul volume. E continuo a chiedermelo, perché certo non si può cambiare il mondo con un romanzo, ma si può tentare di sfruculiare l’intimo degli uomini e delle donne. E comunque lo consiglierei solo ad alcune, delle mie amiche. E lo farei leggere ai miei amici per carpirne la reazione.

Io so solo che Elisabetta Bucciarelli l’ho odiata, per tutta la durata della lettura: quando ho ritrovato le situazioni che ho vissuto, quando rivivendole ho provato dolore, ma soprattutto quando rientravo in me e rammentavo che a scriverle era stata una donna, come lo sono io, che senza astio né particolare pregiudizio e con un certo scientifico rigore di cronaca le ha ripercorse col pretesto della narrazione, il cui potere sta proprio nell’immediatezza dei fatti raccontati come schiaffi in faccia.

Togliamoci il pensiero: c’è un lui, M-arco (l’uomo con l’arma nel nome) e una lei: Effe (così la chiama, ma sono abbastanza sicura che in realtà il suo nome sia Chiara). Lei, a quanto pare, prova a farsi fuori; lui la soccorre.

Un classico: io ti salverò, direbbe mia zia che biasima le donne crocerossine, senza sapere che di sindrome ce n’è anche un’altra. Io la chiamo “del Principe Azzurro”, perché è vero che alcuni uomini non vogliono più farsi carico di nessuno, ma sanno perdere velocemente di vista questo e molti altri principi, quando si tratta di fare i supereroi. Come con le gatte morte, tempo fa mi divertii a farne una piece.

Tu prendi questo libro in mano, vai alla presentazione nell’ambito del Festival della Letteratura di Mantova, ti carichi a bestia e ti illudi che ci troverai la risposta a tutte le domande, quelle che ogni donna almeno una volta si è fatta nella vita: “why oh, why” la sequenza –Ti porto la luna-messaggini, messaggini, messaggini, telefonate hard-scopata megagalattica– deve sempre terminare con una sparizione? E ancora: perché prendo l’iniziativa io e va tutto alla grande, e poi non succede più niente? Perché mi ha illusa se voleva solo una serata di sesso? Perché passare lunghe settimane al telefono senza incontrarsi e procrastinando, traslando, posticipando e deferendo l’incontro? Faccio bene a chiarire quello che voglio? Mi sono avvicinata troppo? Devo nascondere le mie emozioni per non perderlo?

Ebbene, nel libro una vera e propria risposta non c’è. Avrei voluto scrivere questo post e portarlo nella top dei più condivisi al mondo in poche ore, contenendo il verbo da diffondere affinché nessuna donna dovesse più patire la fuga di qualche specie d’amore.

Ma non ce l’ho, e ne sono veramente dolente. In compenso, leggendolo, vi troverete una fine e plausibile descrizione del retroscena prudente dei silenzi e delle attese maschili, una truce disamina della pessima abitudine femminile di innamorarsi quando e solo se si viene scelte (a volte unicamente della quantità di amore che un uomo riesce a dimostrare), un vago dipinto di quello stato di contro-dipendenza in cui pensiamo che avere gli stessi desideri sia possibile, e la certezza, quella sì, che l’emancipazione femminile non è né una colpa, né la causa principale delle paure maschili, perché il terrore di essere incastrati si acquatta comunque dietro gli angoli delle loro menti, suggerendo continuamente con un sospiro da palcoscenico “Non farti fregare…!”. Ma a noi che ci frega, tanto anche il miglior mutante, alla fine, nel libro non si salva!

Che poi cosa cacchio sono queste paure è presto detto: paura delle aspettative femminili sulla loro esteriorità e sul loro Carattere, paura che una voglia un figlio, che voglia sistemarsi, di essere in coppia per compagnia o per consuetudine sociale, che ci si aspetti che adempiano alla loro funzione. Paura, in sostanza, di non essere amati ma idealizzati e ricostruiti come loro pensano una donna possa volerli.

Capito? Le donne non sono le uniche a vivere secolari momenti di disorientamento in quel tormentato e affascinante quanto ineluttabile cammino che è l’evoluzione. Questa sì, che è una grande rivelazione, e se state attenti, in queste pagine la troverete.

“Dimostramelo”, dice sempre la moglie di M-arco, Marta, nella sua dimensione, quando il marito le assicura di amarla. E giù con le richieste più lontane dai progetti di lui. Lì si capisce (ma non si giustificherà mai) perché un uomo vada a cercarsi altro, e nel caso più comune in cui quest’altro sia semplicemente un’altra, cosa in realtà lui voglia: nessun obbligo, autenticità, niente doveri, solo piacere.

Sapete, temo che non tutte le donne possano essere amanti, che sia nello stesso letto del marito o in quello di qualcun altro (in questo caso, forse, per fortuna). Sicuramente può esserlo Silvia, che nella vicenda è single e determinata a vivere le storie senza complicazioni, come una sorta di donna 2.0 che cerca solo di prendersi il meglio dalla vita (e che pure fa fatica a farsi capire, nelle relazioni…). Le altre si fanno domande, film mentali, venire crisi isteriche, di identità, di respirazione. Certo la Bucciarelli non le vuole tutte scopatrici seriali senza cuore, né tanto meno intravede inversioni di ruoli nella sfera di cristallo. Lei lancia un sasso, e io, tanto vale che lo confessi, l’ho assecondata.

Il suo non è un manuale di vita vero e proprio, è solo un aspetto della vicenda raccontato con mestiere. E devo dire che, giocando a guardare le cose da questo nuovo punto di vista, mi sono trovata straordinariamente bene. Nel bel mezzo di un dilemma sentimentale, infatti, ho chiuso gli occhi e mi sono buttata nel vuoto, in un crepaccio così imo che non ne vedevo il fondo. E non ho pensato che mi sarei rotta le ossa, che stavano approfittando di me, che non c’era nessuna contropartita convincente. Niente. Mi sono scaraventata. Ma l’ho fatto perché ne valeva la pena, solo perché ne valeva la pena. Forse solo per questo non mi sono fatta niente.

Lo so, è sconcertante. Che tu ne fossi consapevole o no, Buccia, in un certo senso il mondo l’hai cambiato. Ti accontenterai di averne convertita anche solo una? E soprattutto: l’effetto, sarà durevole? O il tuo è solo un meschino disegno per fondare una di quelle puerili sette di tuoi romanzi-dipendenti?

Io ti odio, non dimenticartelo. Anche se in verità poi ti amo. Ti amo come solo una donna può fare, perché è impossibile amare come amano le donne. E questo nessuno dei tuoi dannati libri lo potrà mai cambiare. E sappi che, dopo averti letto, ripercorrendo la carrellata dei mutanti, come li chiami tu, che hanno avuto la sorte e il privilegio di attraversare la mia vita, sono rimasta della mia convinzione: li ucciderei tutti, comunque tornando indietro li ucciderei ad uno ad uno, ma solo dopo avergli fatto davvero tanto tanto male.

Perché se lo meritavano. D’altronde questo lo sai, altrimenti, almeno tu, il tuo lo avresti salvato. 😉

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~ di Gli stregatti di Maria Elena Napodano su ottobre 4, 2015.

 
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