Fuga da Chillon

C’era chi dal Castello di Chillon sarebbe voluto fuggire, fino a pochi secoli fa, io, invece, sono fuggita proprio lì durante una pausa che mi sono concessa da un meeting internazionale con un manipolo di cinesi, in austera armonia con qualche agguerrito (ma mai quanto me) concorrente.

Vedo questo poster: un castello a pelo d’acqua, sul lago Lemano, vicino Montreux, a poco più di un’ora di treno. Sbircio la sala proiezioni: tutti intenti a visionare le fasi di assemblaggio di un chip in una conchiglia che diventerà una pen drive. Azzanno l’ultimo plum cake sul buffet e scappo a tutta birra senza voltarmi indietro. Dai finestrini del treno un’apatica Ginevra mi ignora distante, io penso solo a lui: il mio castello, dove presto mi rinchiuderò per vivere una fantastica avventura, ignara di cosa sta per succedermi.

Abituata come sono ai ruderi italiani, dove di fantastico c’è solo il panorama oltre i fori nei muri, non riesco a credere di accedere al cortile principale attraverso un ponte in legno risalente al trecento e di catapultarmi in un attimo a quasi mille anni di distanza, quando questo gingilletto apparteneva ai Savoia, che tenevano d’occhio da qui i traffici lungo il lago.

Arrivo a corte, insomma, ed un primo giro nell’attuale cantina, che un tempo fu prigione e deposito merci, mi riavvia il sistema in modalità Medioevo. Mi sento come Adso al seguito di Guglielmo da Baskerville, tutto diventa tetro e suggestivo: io veramente mi trovo in un luogo in cui centinaia di persone sono state torturate, e mi riscopro pietrificata dallo slancio del mio stesso entusiasmo, nell’ammirare un simile scenario che da ingeneroso patibolo mi diventa spettacolare punto turistico. Mi spiegano che François Bonivard, noto anti-savoiardo, passerà qui difficili anni di prigionia, ispirando anche un’opera di Lord Byron, fino ad essere liberato durante l’insurrezione dei Bernesi. Storie affascinanti, inquietanti, il mio pensiero va a tutte le donne, ma anche a tutti gli uomini, vittime di torture e persecuzioni della cosiddetta Santa Inquisizione, che più che mai mi appare come una macabra sevizia legittimata da un perverso potere temporale. Qualche simulacro di fattucchieria è ancora esposto nelle teche insieme a qualche libro sulla stregoneria.

Le ricostruzioni delle macchine da tortura echeggiano ancora di urla disumane, confessioni sguaiate, puzza di urine e sangue. Andavi da una taumaturga disposto a tutto pur di guarire, salvo rivenderla al tribunale ecclesiastico il giorno dopo per qualche soldo. In questo luogo molte condanne sono state anche eseguite.

Sulla parete esterna c’è una porta, dalla fessura sottostante arriva il rumore e l’odore del lago, sul quale essa stessa affaccia. La dispensa è abilmente ricostruita con qualche scaffale ed un po’ di cibarie miste.

Il castello ha in tutto cinque cortili, tre torrioni (muniti anche di latrine con scarico diretto al lago e feritoia, perché anche quando pisci è meglio stare in guardia) ed un mastio di circa 25 metri, imponente e vertiginoso. Il tutto percorribile e visibile dal Camminamento della ronda, che circonda il lato interno dell’edificio lungo il contorno. Il trono di spade gli fa un baffo, a questo castello qui. Mi affaccio a guardare il lago, dalle Alpi al punto in cui l’acqua lambisce le mura della fortezza. L’ammasso di frangiflutti mi ricorda una scena di un incubo nel quale sognai dei cadaveri a mollo in un acquitrino del genere.

La Logia Parlamenti mi riporta invece ai brani di Re Artù in cui tutto il castrum si riuniva per discutere sulla vita pubblica, così come la splendida sala per i ricevimenti, con il camino ed il soffitto in legno del ‘500, mi rimanda a succulenti e consistenti banchetti.

Sono senza fiato, e non riesco a smettere di complimentarmi con me stessa per essere scappata qui, né di fare foto, come un’ebete, ma col cellulare, perché, come in tutti i momenti topici, giustamente priva di fotocamera.

Esco dal castello ma non dall’ambientazione. Di fronte c’è una tavola calda, dove decido di mangiare pesce di lago. Noto solo in quel momento, dall’altro lato della strada, il cartello “Château de Chillon”. Ed è lì che mi ricordo che “scigliata”, al paese di mia nonna, significa scapigliata e disordinata.

Ça va sans dire.


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