Casa della Biodiversità al Cheese 2011

Uno dei motivi più belli per essere al Cheese e, in generale, ai raduni tematici Slow Food è assistere ai momenti di incontro tra e per i produttori.

Ricordo, al Salone del gusto, si parlava di speculazione finanziaria sull’agroalimentare, e di Land Grabbing. Qui al Cheese si approfondiscono le questioni del latte crudo (i vertici di SF si sono beccati anche qualche denuncia per istigazione all’alimentazione nociva, solo per averlo fatto assaggiare!), la valorizzazione delle lane di pecora (attualmente la lana tosata viene illegalmente bruciata perché smaltirla costa troppo e venderla non conviene, ma si stanno organizzando dei punti di raccolta per trasportarle nel biellese, dove sarà quanto meno filata, con un primo tentativo di equa remunerazione ai pastori), e poi ancora di etichette del formaggio (quello che cambierà per i presidi lattiero-caseari sarà l’aggiunta di tutte le informazioni sul tipo di animale, sul procedimento e sulla stagionatura di ogni pezza).

Ma più d’ogni altro parlano i casari, ed io mi trovavo lì, mentre appunto si diceva che il fenomeno del lavoro giovanile nell’agro-pastorale è talmente in crescita che gli americani lo stanno studiando, raggiungendo le vette della Valtellina, per esempio, dove quei folli del Bitto (insieme ad altri pastori d’Italia) hanno organizzato la cosiddetta “Resistenza casearia” in contrapposizione all’industria agroalimentare, che tra l’altro li teme, smuovendo le lobbie per infastidire quelli della resistenza con vere e proprie intimidazioni, a colpi di controlli sanitari mirati e deliberatamente persecutori. A quel punto, chi relazionava  ha maldestramente paragonato il Bitto della Valtellina ad una bella ragazza che guarda le escort e si sente vessata perché diversa (da donna ho riflettuto su quanto ormai questo continuo sputtanare le puttane sui media abbia sdoganato certe abitudini dando loro “forgia” di costume nel nostro Paese, tanto da poterlo usare come paradigma).

Mi consolo con l’immensa tenerezza ed il profondo riguardo che ho provato nei confronti del papà di un ragazzo che un giorno gli ha detto “voglio fare il pastore” e si è tuffato tra l’erba e le pecore conducendo la sua vita in loro compagnia. Le porta al pascolo, le abbraccia, ci gioca, il tutto in un vero e proprio scenario primordiale, quando fare i pastori era un lavoro come un altro, anzi, era l’unico modo per godere del ciclo naturale e biologico delle cose.

Voi forse non conoscete i pastori di oggi. Sono quasi tutti laureati, hanno almeno un’esperienza lavorativa diversa alle spalle, che hanno lasciato per darsi al pascolo dei loro amati animali. Perché stare con loro è gratificante, allevarli è appagante, vederne i frutti dà una soddisfazione che evidentemente non si ricava dal semplice lavoro d’ufficio. Promuovono il loro prodotto girando come dei commerciali, solo che al posto del nodo della cravatta hanno la barba, e più sono burberi, più sanno di sapore genuino ed hanno capito che così facendo aumentano le vendite.

Sarebbe proprio il caso di dire: in barba al marketing e tutte le sue regole.

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