Un’utopia del Genere

•luglio 14, 2013 • Lascia un commento

Foto0698Lo confesso, non sono di quelle che si scandalizzano quando sentono dire che certe donne si cercano lo stupro.

Prima di farmi un’idea, cerco sempre di leggere tutte le possibili reazioni rispetto ad un fenomeno, fosse pure quella di un mitomane che non riesce a decifrare il linguaggio di un corpo, ancorché femminile. E ammetto pure che io stessa, guardando come si conciano alcune donne (sempre più giovani), mi domando come possano sfidare la sorte così incoscientemente… con tutto quello che succede in giro, anche se rimane indiscutibile che nulla possa giustificare un numero di morte ammazzate che a metà anno ha di nuovo superato un terzo dei giorni trascorsi.

Inutile negare la mia incontrollabile suscettibilità rispetto al tema. Così, quando vengo a sapere che un assessore (assessora? assessrice?) del Comune di Benevento organizza un corteo simbolico contro la violenza di genere, pur non amando le fasce e gli eventi organizzati “dall’alto”, decido di accodarmi. E quando scopro che lei stessa è stata vittima di un compagno violento, capisco come mai quell’invito, benché istituzionale, mi suonasse così audacemente umano.

Ha preparato una nota, dice, e di non avere ancora la forza di raccontare direttamente la sua storia. Quindi passa il foglio alla giornalista che le presterà la voce. Più che una testimonianza è un urlo di rabbia, che mi spezza il cuore impedendomi di trattenere le solite fottute lacrime. lo so, avrei dovuto contenermi. In sostanza, lo dico sempre, sono solo emotiva, ma tutto fa credere che io sia una donna fragile.

Devo aver condizionato non poco, in un virtuoso circolo di crolli emozionali, chi leggeva, che però è riuscita a resistere quasi fino alla fine prima di piangere. E nel tragicomico contesto, dirò di più, sembravo io stessa una silente vittima di un analogo episodio. Evitando gli sguardi più misericordiosi, ho dovuto comunque rassicurare chi mi avvicinava che non era come poteva sembrare e che se fosse capitato a me avrei già denunciato.

Quando mi è stata data la parola volevo morire (chiedo scusa per la truce analogia) e presa dalla commozione non ho saputo che denunciare che qualsiasi forma di repressione della libera espressione dell’individualità andrebbe perseguita come reato.

Nelle varie tappe di questo percorso lungo il Corso Garibaldi, fortunatamente è intervenuto anche qualcuno coi nervi un po’ più saldi, parlando di esperienze importanti a sostegno delle donne vittime di violenza, perché per fortuna sono tanti quelli che nel loro piccolo, o nel loro grande, pongono in essere sportelli, associazioni, punti d’ascolto. Ed è stato lì, sedata la Candy Candy che c’è in me, che ho avuto l’illuminazione.

Proposte concrete, si diceva, non solo parole. “Denunciare” è il convinto appello che si sente ripetere fino allo sfinimento, insieme a “solidarizziamo tra noi donne”. È evidente, insomma, che l’abbigliamento con cui esci non è che l’ultimo insignificante elemento scatenante di una violenza, che può sfociare eventualmente in un femminicidio (si, sono tra coloro che adoperano questo neologismo), che nasce dalla frustrazione di non saper più gestire ciò che storicamente è stato un tuo possesso, e che ora non può esserlo più. Ci credo al punto che penso potrei andare in giro nuda, pur di ratificare la mia convinzione che le donne, da secoli educate, formate, manipolate anche inconsciamente, a sentirsi (oltre che a saper essere) strumentali ai fini di qualcFoto0704un altro, debbano riuscire a convincersi di avere un valore umano, prima ancora della funzione di madri, mogli, dipendenti.

Sono d’accordo con chi pensa a progetti di rivoluzione culturale, educazione (parola che odio con tutta me stessa), percorsi psicanalitici di rivelazione, di comunicazione assertiva, di armonizzazione tra generi e tutto quanto si possa mettere in campo per risolvere il problema. Ma prima di ogni cosa, il mio sogno, la mia utopia, è uno scenario apocalittico in cui ogni vittima si risvegli dal torpore della disistima, della paura di essere sbagliata, della scarsa considerazione di sé, testimoniando non solo le violenze subite, ma la bellezza dell’autenticità, della propria dignità, a prescindere dal valore attribuitole dalla società, aiutando anche le altre a convincersi che un altro modo di essere, di amare, di vivere, è possibile.

Intendiamoci, l’ho detto in quel contesto e lo ripeto: tutti gli esseri umani, al di là di ogni categorizzazione, sono facili vittime di vilipendio, quando ardiscono esprimere la propria originalità e specificità. Non c’è verso, a meno che tu non sia un qualche tipo di celebrità, di far comprendere che la diversità e la differenziazione sono valori, in un clima in cui la paura di chi pensa con la propria testa (avendone il diritto, anche se non sempre la ragione), caratterizza le relazioni interpersonali. Per cui mi rendo conto che la lotta per l’emancipazione non è soltanto una faccenda di genere, quanto piuttosto un ricorso storico che si riproporrà fin quando ci sarà chi, per sfuggire alla paura dell’isolamento, cercherà di diventare altro per compiacere qualcuno.

Se poi quel qualcuno è rappresentato da un padre, un amico, un compagno, un figlio, ecco che la questione diventa tutta femminile.

La grande bellezza (P. Sorrentino – 2013)

•maggio 26, 2013 • Lascia un commento

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Ricordo che, dopo aver letto Cent’anni di solitudine, ci ho messo anni per riprendere a leggere, come temendo che non avrei mai più provato quello che avevo sentito con quel romanzo. Questo non vuol dire che io ne capisca di letteratura, ovviamente, o di cinema. Fatto sta che ho provato la stessa sensazione con “La grande bellezza”.

Mi capita raramente di sperare che un film non finisca mai, vivendo con  ansia ogni buio al termine di una scena, fino a quando quella successiva non comincia. Leggo in rete solo bei commenti e plausi, e ho come l’impressione che Sorrentino diventerà il Moccia della mia generazione: una droga che finisce con l’identificarsi col sangue. Come tutti i libri che ho terminato e chiuso abbracciandoli senza più riaprirli, ho paura che riguardandolo potrei dissacrarlo. Magari tra qualche anno, pure per vedere se reggerà col tempo.

La parte migliore è senz’altro la scrittura, dello stesso Sorrentino, e la colonna sonora, insieme alle “solite” mirabolanti inquadrature ed un movimento macchina che già da solo parla, meglio ancora se intercalato da episodi fantastici assolutamente avulsi dalla concretezza della vicenda (che stia venendo fuori il Tim Burton che c’è in lui?). A parte il feticcio Servillo, col quale il regista ha senz’altro un’osmosi prolifica, e alcuni cameo sorprendenti, come Serena Grandi che esce dalla torta di compleanno ed un’incantevole Fanny Ardant che con un semplice e languido “Bonne nuit” fa sciogliere le vene (tanto per citarne un paio), nulla di rilevante per gli altri interpreti. La Ferilli e Verdone non fanno che recitare (naturalmente benissimo) il loro ruolo storico: una burina sensibile ed uno sfigato irrecuperabile. Ma tant’è. Nonostante le mie difficoltà con il buon Toni (trovo che i monologhi non siano proprio il suo forte, lo ammetto) ho goduto anch’io di questo racconto sulla scoperta di ciò per cui valga la pena vivere e, per uno scrittore, scrivere. Che poi per uno scrittore vero le due cose sono la stessa.

Ho scoperto che ci si innamora delle persone che si sanno stupire (specie quando si è in là con gli anni) e che si sta insieme a qualcuno, veramente, solo quando ne conosciamo i retroscena e nonostante questo, restiamo. L’aver visto un film in cui il protagonista è famoso per l’unico romanzo (giovanile) che ha scritto, mi ha confortata sul fatto che il contributo che si può dare all’arte, e all’umanità in generale, può essere costituito anche da una sola pregnante intuizione, e che il rifiutarsi di ripetersi, quando non c’è materia, è una virtù, che nulla ha a che vedere con la ricerca spasmodica di successo e consensi. E soprattutto ho trovato liberatorio e sferzante, lo smascheramento di quella borghese ipocrisia, dietro la quale si cela l’insoddisfazione latente che si prova quando la vita non è andata come volevi. Dopotutto è l’ironia (a volte anche il cinismo) l’unica arma che ci rimane. Perché… siamo tutti quanti sull’orlo della disperazione. Dovremmo guardarci con affetto… e sostenerci l’un l’altro aiutandoci a prenderci meno sul serio, piuttosto che urlarci addosso come cani. In compenso, Roma capitale viene celebrata monumentalissima e meravigliosa come non mai, per ricordarsi che si tratta pur sempre di Roma, anche se ospita un luogo immondo come il Parlamento.

Che cos’è la grande bellezza? Non credo che il film abbia voluto dirlo davvero, se non svelarne qualche fonte, perché ognuno necessita del proprio percorso, e forse si vive davvero, in fondo, solo se si avverte la necessità di cercarla.

PICU. Io sono l’eroe (?)

•dicembre 30, 2012 • Lascia un commento

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C’è chi non capirà mai la condizione degli inetti. La via ordinaria, infatti, è strafottersene, non tanto degli altri quanto del lato oscuro di noi stessi, a tutti gli effetti. Andare avanti ignorando i rimpianti, senza mettersi in discussione, senza affrontare ciò che di noi non ci piace: ecco una maniera facile per non cadere mai in depressione, per non sentire il peso della propria debolezza, dell’insulsaggine, dell’indifferenza, dell’alienazione, lontani dal sapore amaro del disprezzo per sé stessi. Certamente così non si finisce avviluppati intorno ai propri percorsi psichici.

Figuriamoci scriverci un pezzo teatrale.

“PICU. Io sono l’eroe” è una bellissima pièce di Michele Bevilacqua, Francesco Spaziani e Arcangelo Iannace, che ha voluto rappresentarla anche nella sua Benevento, nella cornice familiare (forse troppo) di un locale circolo privato. E questo è il mio personale tributo alla magistrale raffigurazione di una tutt’altro che semplice pippa mentale.

Bisogna avere un gran cuore da crocerossina per amare Picu, che veste a cipolla una serie di stracci, come se un montone di veli bastasse a proteggerti dalle intemperie del mondo (no, non basta).

Porta un buffo colbacco e blatera cose incomprensibili ai più, almeno a coloro che hanno la fortuna o la sfacciataggine di dire di non aver mai vissuto la depressione, o in qualche modo il distacco materiale dal proprio cervello. Fare schifo è un lusso che pochi possono permettersi. Qualcuno non concepisce neanche la vaga possibilità che possa capitargli di non starci più con la testa.

E quindi, chi va a vedere lo show ha due possibilità: allibire o patire. Rimanere disgustato o rispecchiarsi e guarire. Vomitare o riprendersi. Fare solo finta di capire o rivedere su quel palco lo spettacolo patetico delle proprie miserie interiori, con l’esorcizzante risultato di lasciarle lì sopra e ed avere la sensazione di essersene liberati.

Picu è mangime che dà sé stesso in pasto ai rapaci, è un robot supersonico che fallisce il check, è un eroe dei giochi infantili, è un uomo solo, è un innamorato penoso di cui nessun corrispondente amoroso conoscerà mai i sentimenti.

Dunque non c’è tiepidezza possibile. Ho visto gente smarrita che non capiva di assistere al delirio di un demente, ho visto altra gente piangere. Ho guardato la proiezione di una devastante solitudine incompresa, andata in scena con un’immediatezza disarmante, che riesco ad attribuire solo ad un’interpretazione assolutamente convincente e fin troppo autentica. Persino il bombardamento delle immagini sulla mente del protagonista, che danno vita a qualche minuto di assoluto vaneggiamento del personaggio, mi sono arrivate come un pugno in faccia, paralizzandomi senza darmi modo di potergli neanche gridare “SEI UN COGLIONE”, come pure avrei voluto. La scena è così nauseante che avrebbe meritato una simile partecipazione dal pubblico.

Ho trattenuto le lacrime finché ho potuto, ma non ho più retto sul finale, dopo aver passato un’ora a credere in lui e sperare in una ripartenza (mortacci sua), aggrappandomi ad ogni sprazzo di logica che pure faceva capolino di tanto in tanto. Ho aspettato il lieto fine ad ogni crescendo di lucidità, che puntualmente falliva, fino all’ultima scena quando, rivestiti i panni del supereroe, il super-io sembra quasi farcela e riportare il proprio sé al riscatto sulla vita vera, e nemmeno una botta lo fa secco, nessun accidenti lo coglie lasciandolo stecchito, nessun colpo di scena se lo porta via. Niente. Se non un docile sonnellino agevolato dalla posizione già orizzontale, che se lo trascina nuovamente nell’oblio senza neanche una battuta finale. Lì no, non ce l’ho fatta, e di fronte al trionfo dell’inettitudine che tante vittime ha mietuto e continua a mietere (e non serve guardare troppo oltre sé stessi e chi ci circonda, anche nelle sporadiche occasioni di confronto con umanità sconosciute, per accorgersene) ho pianto anch’io.

* sono grata al gentilissimo fotografo Pio Muto per avermi generosamente imprestato uno dei suoi scatti per le immagini di questo post. 🙂

2012 in review

•dicembre 30, 2012 • Lascia un commento

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2012 per questo blog.

Ecco un estratto:

600 people reached the top of Mt. Everest in 2012. This blog got about 6.400 views in 2012. If every person who reached the top of Mt. Everest viewed this blog, it would have taken 11 years to get that many views.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Storie animaliste ‘ncopp’e Camaldule

•dicembre 7, 2012 • Lascia un commento

OgCANILE 013ni volta che incontro qualcuno che si prende cura di tanti animali, portandoli in casa o sfamandoli per strada con gli avanzi per esempio, non posso fare a meno di chiedermi cosa gli dia la forza di ricordarsi ogni giorno di questi soggetti borderline della fenilità e canilità, spesso malati, ex amici di qualche “padrone”, pardon… “proprietario” invece tanto insulso da averli abbandonati.

Il cuore si stringe anche a me, quando li vedo brucare nell’immondizia, attraversare correndo la carreggiata, o quando supero terrorizzata qualche loro carcassa lungo la strada. Ma mai e poi mai avrei pensato di fondare l’associazione Lega Animalista, accogliere centinaia di cani e decine di gatti, offrire loro un riparo dai violenti, sostenere ed aiutare la campagna sterilizzazione, adattandoci tutti insieme, stretti stretti, vicini vicini, come ha fatto Luigi Carrozzo a Napoli (il canile è ai Camaldoli, ma il territorio di riferimento è provinciale – www.leganimalista.it).

Confesso candidamente che quando l’istruttrice cinofila Giuseppina Ottieri (referente SIUA di zooantropologia didattica e di pet therapy, www.siua.it) è entrata nella mia macchina, preparandomi gentilmente alle cose che stavo per vedere e sentire, non ho potuto fare a meno di chiederle cosa ne pensasse di… Cesar Millan.

Sono irrecuperabile, lo so. Eppure, sebbene mi aspettassi una valanga di insulti irripetibili, la ragazza, che è anche molto dolce, mi ha ringraziato per la domanda e mi ha aperto un mondo.

CANILE 004Cesar Millan, infatti, a quanto pare, è il peggior nemico dei veri animalisti. Sembra che sia particolarmente detestato nell’ambiente e noto per l’utilizzo di mezzi coercitivi tutt’altro che amichevoli nella sua opera di ammansitore di cani. Quando al ritorno mi faccio un giro su internet e digito il suo nome, immediatamente google gli associa parole come “denunciato” e “maltrattamenti”. Cominciamo bene. Non ci vuole molto a risalire all’altra parte del reale, quello non televisivo, non blasonato, ben emarginato, per svelare i trucchi CANILE 001beceri e dissennati del soggetto in questione. Certo, così so educarlo anch’io un cane. E lo fanno pure sembrare un santone. E passiamo il resto del tragitto a massacrare un mito del reality moderno.

Per onestà devo dire che la zona in cui ci rechiamo (da Soccavo ai Camaldoli) è terribilmente sporca. La situazione non migliora nei dintorni del canile. Ma quando il cancello si apre, un miliardo di zanne con lingue ciondolanti in mezzo mi si dirigono incontro, urlanti e festanti, iper-eccitate dall’eccitazione reciproca… in un attimo nuoto in un mare di cani! Di tutte le razze, di tutte le specie, di tutte le taglie. Zoppi, ciechi, sordi, vecchi, ma tutti salvi, e molti di loro con storie di maltrattamento alle spalle. Purtroppo. Se non fosse così, probabilmente non sarebbero lì. Luigi ci riceve col suo sorriso disincantato e ci parla delle difficoltà di finanziamento (perché, diciamocelo, siamo tutti bravi a portargli i cani, ma poi mica pensiamo a come si farà ad accudirli) e di molte delle vicende che hanno portato lì i suoi amici a quattro zampe. CANILE 006Ma questa non vuole essere la solita storia pietista. I cani lì stanno bene. Soprattutto perché sono amati.

Sono paralizzata dallo stupore, ma non posso fare a meno di domandargli (data la spartanità degli spazi: i cani escono a gruppi secondo una turnazione, dalle gabbie, altrimenti non ci entrano tutti nello spazio comune) come mai un società civile tiene gli animali come in un ghetto: altrimenti?

Lui sorride, guarda a terra, poi le sue collaboratrici. “Altrimenti la strada – dice – le ruote delle macchine, i pali col guinzaglio, le pistolettate, i bagni di varecchina, le torture dei ragazzini” (un brano di quello che ha detto si può vedere qui).

CANILE 012La SIUA, in posti come questi, tiene addirittura dei corsi (agli umani, più che alle bestie) perché chi vuole adottare un cane senza pedigree e con tante botte, va istruito. Molti non ce la fanno e li riportano pure indietro.

E non è difficile comprenderne le ragioni.

Spesso, infatti, gli animali domestici sono considerati, a cominciare dagli adulti, come dei puppy, dei peluche da strapazzare e usare come giocattoli. Da mettere sul seggiolino per far finta che siano figli, da imboccare, da cavalcare, da stiracchiare.

CANILE 005Capiamoci: anche io strapazzo il mio gatto, ma lui mi caccia fauci e artigli nelle dita, e fa bene. Nel senso che poi non va punito lui se io sono cretina. E così, quando vedo in giro bambini che fanno certe cose agli animali, anche cose innocenti come una carezza, magari un po’ troppo insistente, è ai genitori che guardo, e molto spesso li vedo sollevati da quell’attimo di distrazione del bimbo, ma mai prendere le difese di un animale al quale forse tutte quelle attenzioni possono non essere gradite. Cioè, veramente sono esseri viventi anche loro. Hanno una dignità, un carattere, un’autonomia biologica. Non comprenderlo è per me inspiegabile, e sono solo una gattara qualunque.

A tal proposito.

Lega Animalista accoglie anche tanti gatti. È lì che veramente potevo avere un infarto. Un piccolo angolo felino, pieno di europei, tutti con occhi (per chi li aveva ancora) rivolti verso di me con espressione tra il tipico strafottente guardingo e l’implorante. Li avrei portati a casa tutti. Tutti. Anche perché coi gatti è più semplice. Dopotutto, maltrattati o no, sono stronzi comunque, quindi si sa che si adatterebbero meglio. O no? Questa è stata la mia impressione.CANILE 016

Usciamo ed effettivamente riconosco che avevano fatto bene ad avvisarmi. Mi sento destabilizzata, svuotata, incazzata. Forse da allora non sono neanche più la stessa.

Ogni volta che vedo un cane ai margini della strada mi vergogno, e più di prima mi chiedo chi o cosa lo abbia portato lì. Un cane abbandonato può diventare subito un pericolo, e non per chi lo abbandona, purtroppo.

Lo so… ma dopo aver visto quello che ho visto io, poi si capisce perché certi animalisti diventano più cinici del problema che combattono.CANILE 007

Verso il mercato della terra sannita (10 novembre 2012 ore 16.00)

•novembre 10, 2012 • Lascia un commento

Quanta bella gente alla manifestazione “Verso il mercato della terra sannita” che si sta svolgendo in queste ore alla Masseria Roseto, qui a Benevento.

L’allestimento mi ricorda il presepe che facevo da piccolla con papà. Andavamo a San Gregorio Armeno a comprare i pastori, e poi ricostruivamo le scene della Natività e del resto del paese: quello che ne usciva fuori era un misto tra Quartiere Mercato e Betlemme, particolarmente piacevole agli occhi di un qualunque individuo con un gusto medio per l’orrido, ma tant’è. Ora qui è tutta un’altra storia.

Sotto l’impalcatura in legno della masseria, più di una decina di bancarelle espongono prosciutto, ortaggi, conserve, olio, vino, farina, dolci, pane fresco, pecorino, mozzarella di bufala, caciocavallo… gnam slurp.

Per mia somma gioia incontro Vincenzo Egizio, uno della Resistenza Contadina. Vive ed esercita a Brusciano (NA) dove coltiva papaccelle, pomodori San Marzano, pomodorini del piennolo del Vesuvio, pomodoro giallo di Visciano, fagioli cannellini di Acerra “dente di morto”, albicocche vesuviane, torzelle ricce, broccoli per la minestra, zucca lunga di Napoli, scarola riccia e schiana, e produce conserve di pomodori san Marzano, pelati ed in passata, papaccelle sotto aceto e marmellate di albicocche del Vesuvio (leggi i dettagli qui) .

Mi dice “questo mestiere si basa soprattutto sul sostegno della gente”, perché non è facile fare il contadino, se non hai il contatto con chi ti compra i prodotti. Sapete: quando si sente “prodotto Slow Food” subito si pensa di pagarlo a peso d’oro. Io rispondo sempre che non è un prezzo alto, è un prezzo giusto. Per non sbagliarmi vi dico di controllare i cartellini del supermercato. Sotto il prezzo unitario della confezione, trovate il prezzo al chilo del prodotto che state acquistando. Scoprirete che è ben più alto di quello che paghereste a Vincenzo o a qualsiasi altro suo collega. La differenza sta nel fatto che, nel primo caso, ai produttori viene dato (non temo di sbagliarmi) un centesimo di quello che gli date voi se comprate direttamente da lui, mentre il resto va alla Grande Distribuzione Organizzata: ossia i super, gli iper, e tutte le catene alimentari nate all’inizio degli anni ’80 con l’illusione di portarci il cibo in città, allontanandoci dalla campagna e buttando in mezzo alla strada tanti agricoltori che col tempo, nel migliore dei casi, sono diventati dipendenti di chi gli ha comprato la terra a quattro soldi, oppure sono finiti ad essere sfruttati, vendendo all’ingrosso da loro produzione all’industria alimentare che impone prezzi e condizioni. Detto così: come si fa a rimanere complici di questo meccanismo? Non mi fraintendete: anch’io compro ai Grandi Magazzini, ma una parte dei miei piccioli la spendo come oggi, perchè è giusto e conveniente. Per la mia salute, per l’economia, quindi per tutti.

Vincenzo invece mi ha risposto in un altro modo: se vogliono risparmiare, digli di venire da me in campagna. Gli do le papaccelle che la mia famiglia ha sempre fatto, gli raccolgo una cassetta e gliela do, gli faccio assaggiare il frutto appena colto. Mi faranno risparmiare tempo e fatica, e invece di ripagarmi le spese del viaggio, si vengono a comprare i prodotti da me, ci conosciamo, e mi danno pure la forza ed il conforto per andare avanti.

Ammazza!

Detto tra noi: il mercatino continua nel pomeriggio. Spegnete ‘sto computer e (parola mia) non vi perdete il pecorino ed il caciocavallo di Peppe Fortunato, i rustici di Giovanni Minicozzi, le conserve e gli ortaggi dei loro compagni di lavoro e la pimpinella e il nocillato della signora Piscitelli. Mi raccomando.

C’era una volta Melito Irpino

•settembre 23, 2012 • Lascia un commento

A sentire Enzo di Pietro, dell’omonima Trattoria (recensita nelle Osterie d’Italia – Slow Food Ed.), anche secondo lui ed i suoi concittadini non è che sia stato fatto un gran lavoro di ricostruzione in paese, dopo le innumerevoli calamità che ne hanno fatto un martire imperituro. Riedificato interamente a monte, Melito Irpino ha ora il classico impianto post-sismico squadrato, dissonante e dispersivo delle nostre parti.

L’evento più disastroso sembrerebbe comunque rimanere il sisma del 1962, in seguito al quale i resti del borgo antico (prima irpino, poi medievale) furono rasi al suolo per addotti motivi di sicurezza.

Di quel passato rimane una sparuta testimonianza, rappresentata da qualche rudere e da quella metà del castello normanno ancora eretto. Attraversare le sterpaglie per entrare, a proprio rischio e pericolo, nella vecchia chiesa di Sant’Egidio, proprio il caso di dire “in piedi per miracolo”, dà una forte emozione di avventura, che non sai se fotografarla o stare lì imbambolato a farti venire la Sindrome di Stendhal.

Un giro sulla collinetta del maniero è consigliabile per ammirare il verde tipicamente irpino ma specificatamente ufitano. Sempreché non vogliate andarci di notte, quando pare si possano ancora udire le urla strazianti di fantasmi girovaghi non meglio identificati.

Per concludere, niente di meglio che una sana rimpinguata di cucina irpina. L’aglio, anche se delicato, è costante e presente nella sua trattoria, ed Enzo di Pietro ci tiene a sottolinearlo… per cui, se non lo sopportate, state alla larga! O al più sarete tacciati d’ignominia seppur per una semplice intolleranza…

La lunga tradizione familiare si percepisce dalla padronanza dei fornelli con cui si rende una gastronomia gratificante, che non strafa con il condimento e parte da materie genuine che vengono rielaborate ad arte. Accompagnerà i pasti uno splendido padrone di casa, che non disdegnerà di donarvi qualche perla di saggezza, un po’ di storia locale ed un brindisi finale a base di una di quelle preziose grappe ben esposte in credenza.

E poi è al centro del paese nuovo. Nessun pericolo di mura crollanti o ectoplasmi in vena di dispetti.

Indovina chi viene a cena (dall’Umbria)

•luglio 3, 2012 • Lascia un commento

È nato tutto per volontà di chi conosce il Sannio e lo ama, desiderando di condividere un’esperienza in provincia di Benevento con alcuni cari amici.

Così, con il sostegno logistico di cinque condotte locali (Valle Telesina, Benevento, Taburno, Valle Caudina, Tammaro-Fortore) ed una scrupolosa ricerca delle più rappresentative realtà del territorio, venti temerari soci delle condotte Valle Umbra e Umbria Meridionale si sono avventurati qui, malgrado le temperature hot dell’ultimo fine settimana di giugno.

Si comincia con una cena al Foro dei Baroni di Puglianello, che ha da subito incantato i palati degli ospiti con prodotti locali “ridipinti” dal cuoco Raffaele D’Addio secondo raffinate ricette.

Il giorno successivo si parte alla volta di Castelvenere, il comune più vitato della Campania, per visitare L’Antica Masseria Venditti e degustarne i vini in una delle cornici più accoglienti ed eleganti del Sannio. Pranzo all’Osteria Agorà di Montesarchio, con il Fiduciario padrone di casa ad illustrare le qualità organolettiche e tipiche dei prodotti in tavola.

Nel pomeriggio, visita guidata della città di Benevento. La temperatura rovente dei monumenti non è riuscita a far distogliere lo sguardo dei nostri ospiti dall’Arco di Traiano, la Chiesa di Sant’Ilario, il Museo del Sannio e la Chiesa di Santa Sofia, e ancora l’Hortus Conclusus e la Rocca dei Rettori con i suoi giardini di ambientazione quasi edeniana.

Sabato sera, tempo di Taburno. A Torrecuso, nel Palazzo Caracciolo, sede della Scuola del Gusto e della mostra permanente della pinacoteca delle Città del vino, dopo qualche cenno storico si passa all’assalto del buffet curato da Giovanni Auriemma del Tasso del Taburno, accompagnandolo con i vini di Nifo Sarrapochiello, Il Poggio, Torre A Oriente, Fontanavecchia e Torre Varano, sapientemente commentati da Paolo Mazzola.

Con le poche forze rimaste (!) ma ancora tanto entusiasmo, la domenica mattina si visita il Birrificio Maltovivo con Luigi Serpe a Ponte, per apprezzare lo stile e la personalità impressa nelle cervogie da un abile maestro birraio. Prima di lasciare il Sannio, ultima sosta a Paupisi per un fresco ristoro curato da Torre del Pagus, dove la famiglia Rapuano e l’enologo Maurizio De Simone hanno approntato anche un ottimo e sostanzioso pranzo servito nell’accogliente e fresca bariccaia della cantina, insieme ai vini.

Il mettere alla prova la propria capacità di fare rete tra condotte, di ricevere con calore gli ospiti, il raccogliere la soddisfazione dei loro sorrisi e ripromettersi di incontrarsi ancora, non solo a Torino, rappresentano l’essenza di chi sceglie di vivere la filosofia Slow Food e di impegnarsi nell’associazione. Una scelta che rende la vita più piena di sapore genuino, vicinanza umana e possibilità di condividere ciò che ami con persone che hai appena incontrato, ma che poi ti sembrerà di aver conosciuto da sempre.

Ora bisogna solo ricambiare la visita!

Resistenza contadina e consumi reazionari

•febbraio 29, 2012 • Lascia un commento

Quando si immagina un contadino, per prima cosa si pensa alla fatica. Il sacrificio, la tenacia, l’insanabile pervicacia dell’attaccamento alla terra. Tanto che, si sa, per un contadino non c’è ambizione più alta che arrivare al prossimo raccolto. Vuoi per l’impagabile soddisfazione di assistere ai cicli naturali dell’agricoltura, vuoi perché vedi i frutti del tuo impegno, vuoi perché nessuno ha il diritto di importi altra legge (di mercato, di lavoro, di convenienza) se non la tua passione.

Sicché, questi indomiti cuori ardenti difficilmente appaiono come degli eroi, quanto piuttosto come stoici impenitenti, talvolta un po’ zucconi, ma ben tollerati perché, in fondo, menomale che ci sono loro, altrimenti non si mangerebbe.

Quello che pochi dicono, o forse che pochi vogliono sentire, è poi che essere contadini, da ormai diversi anni, vuol dire qualcosa in più. Oltre le tecniche di coltura, infatti, per loro più che per altri si è reso necessario saper affermare i propri diritti: ad un giusto reddito, ad una legislazione abilitante, ad una concorrenza leale e regolamentata, ad una corretta educazione del consumatore di prodotti agricoli.

Giovedì 16 Febbraio 2012, al Ristorante Umberto di Napoli, Slow Food Campania ha presentato il Manifesto della Resistenza Contadina, un documento redatto attraverso un lungo percorso di ascolto dei contadini, senza sostituirsi alle loro voci, ma sostenendoli ed amplificando il segnale dei loro disagi (l’incontro è riportato in sintesi nel video di Maria Grazia Marchetti visibile qui).

La dignità e la nobiltà del lavoro della terra, sono infatti continuamente minate da un contesto socio-politico sempre più costringente, reso tale probabilmente dalle pressioni della lobby dell’industria agroalimentare nazionale ed internazionale, dalle infiltrazioni malavitose nel settore, ma anche dalla complicità di molti di noi, che spesso, risparmiando sugli acquisti, ci cibiamo di sostanze non nutrienti (quando non dannose) e contribuiamo a non riconoscere al prodotto agricolo ed agroalimentare artigianale il giusto valore.

Non si può nascondere che la distribuzione commerciale ci ha ormai abituato a ritmi di acquisto perfettamente innestati nel caotico bailamme della vita quotidiana, e tutti noi sappiamo quanto sia difficile sradicare queste abitudini ormai consolidate di spesa effettuata in GDO, col carrello enorme che già predispone allo spreco, alla ricerca del prodotto civetta, quasi sempre spendendo comunque più del dovuto. Ma bisogna cambiare. Non serve chi produce, se dall’altro lato del bancone non c’è chi compra, e compra bene, anche per il proprio bene. Soprattutto in risposta a questo grido di allarme, che inizia dalle zone periurbane delle grandi città, riecheggiando nelle aree interne e sub-appenniniche, per poi toccare i latifondi e le grandi coltivazioni di massa, dove spesso lavoro nero e caporalato sostengono gli interessi poco puliti di qualche “riciclato” imprenditore. Non è un caso, infatti, che il Manifesto sia stato elaborato proprio in una regione così difficile.

Resistenza alimentare vuol dire no alla cementificazione, all’abbandono di un mestiere nobile per mancanza di sussistenza, alla riduzione dei prezzi a scapito della remunerazione del lavoro, all’omologazione della qualità del cibo, all’eccessiva burocratizzazione che inabissa la figura unica dell’imprenditore/amministratore/coltivatore in un mare di cartastraccia.

Una delle più grandi sfide di Slow Food è rendere il consumatore consapevole di essere un co-produttore. Perché si produce quello che lui sceglie. Se almeno una parte di quel carrello rimarrà vuoto, per far spazio a produzioni con più valore aggiunto (e che per questo costano di più), evitando qualche eccesso e vagliando con più cura le quantità, la sindrome della credenza vacante potrà lasciare, magari, pian piano spazio all’impagabile gratificazione dei sapori veri, e all’essere protagonisti e co-fautori di un circuito economico virtuoso, che premia qualità ed impegno.

Orgoglio contadino e altre questioni

•gennaio 24, 2012 • Lascia un commento

Non è facile riassumere un incontro con Carlo Petrini, fondatore di Slow Food ed attuale presidente di Slow Food Internazionale. Ormai lo leggiamo su Repubblica, lo vediamo partecipare ai rendez-vous politici, sappiamo che i suoi libri vengono premiati, e dunque, ritrovarselo davanti, più che una semplice esperienza, è un avvenimento da decodificare. Ciò che incarna Slow Food si può comprendere solo dopo una lunga militanza. Noi stessi, i soci, facciamo fatica a liberarci dell’etichetta di semplici gozzovigliatori amanti della buona tavola. In realtà sappiamo bene di aver fatto un ulteriore passo: siamo consumatori consapevoli (co-produttori grazie a scelte governate il più possibile dal buono pulito e giusto), piccoli gourmet del desino nostrano, pionieri ed esploratori delle frontiere del genuino, con un atteggiamento tra il retro e un il gagà dei sapori di una volta.
La rivalutazione dei mestieri semplici, attinenti l’agricoltura, è la provocazione che caratterizzerà anche il Salone del Gusto a Torino, il quale, all’appuntamento biennale del 2012 ci inviterà alla celebrazione dell’”orgoglio contadino”, durante una kermesse che non si vedrà più distinta dal collaterale evento di “Terra Madre” ma che si fonderà con quest’ultimo, proprio per ribadire il ruolo fondamentale degli agricoltori, dei pastori, gli unici, umili, inconsapevoli rimasti capaci di produrre valore aggiunto, laddove con questa espressione non si intende più tanto un accrescimento alle proprietà economiche di un bene, quanto il potenziamento dell’importanza che quel bene acquisisce nella nostra qualità della vita.
Si va verso la riscoperta del compito, fondamentale nell’economia, di un lavoratore da secoli considerato con disdegno perché protagonista di un mestiere in cui ci si sporca le mani, che magari poco parla dell’idioma moderno, e soprattutto poco remunerato, anche se la storia sta dimostrando che questo sarà sempre meno vero, visto che, tramontato il mito della speculazione finanziaria, si ritornerà al semplice concetto (se vuoi un po’ smithiano, e quindi liberale) che la vera accumulazione nasce dall’agricoltura, a prescindere dai prezzi giustamente remunerativi.
Ma ce li vedete voi, i risparmiatori medi (perché è un dato di fatto: c’è ancora chi ce li ha, i risparmi) ad investire, invece che in banca o in borsa, nel circuito dei community supporter? Tanta gente già lo fa: bypassando l’intermediazione bancaria, presta denaro alle aziende agricole, che restituiscono il capitale in natura, con ortaggi, rigorosamente di stagione, carni e prodotti caratteristici dell’attività svolta. Questo esige, naturalmente, che si esca dall’ottica dell’investire soldi per ottenere più soldi… la vediamo dura.
Manca poco che Carlin ci chiami tutti in prima linea a combattere la fame nel mondo. Non c’è nulla di strano, a suo avviso, nella dicotomia socio-gourmet/socio-terramadrista. Tutto si risolve semplicemente nell’idea di una globalizzazione virtuosa che pone al primo posto, come obiettivo, il diritto al cibo, nell’ottica di uno scambio che da lineare (io do a te se tu dai a me) deve diventare reciproco, come dono che esige un ricambio, ma non lo pretende per sé.

VAI ALLE SUGGESTIONI DI CARLIN PER I SOCI DI SLOW FOOD

 
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