Bianca Bari e le sette Sgagliozze

•novembre 3, 2013 • Lascia un commento

La domanda è: “vuoi fermarti per la solita cena o ti portiamo in giro per un tour a conoscere la vera Bari?”. È un bivio, dalla scelta dipende la percezione che vi resterà della città e cosa ne rimarrà dentro di voi: un “porto di mare”, con tutte le accezioni positive e negative che questo modo di dire evoca, oppure Bari vecchia e le sue rivelazioni.

Dal Palace Hotel, già ritrovo di un nutrito pubblico internazionale che fa shopping, va al teatro e visita il centro, all’Arco Basso, fucina instancabile delle mitologiche Orecchiette, il passo è breve. È qui che la mattina un piccolo esercito di mani leste amalgama, sfoglia e incava la pasta che sfama i golosi di tutt’Italia e gli emigrati pugliesi di tutto il mondo. Basta ordinargliele, infatti, per poi omaggiarle a visitatori, fornitori, clienti, o semplicemente mangiarle a casa con il divino ragù (basta scorrere tra i filmati di youtube per trovare ventordicimila documentari che ne testimoniano la potenza socio-economica, tra cui questo, con la regia di Ardalan Nabavinejad, in cui le donne raccontano con orgoglio la vicinanza e la forte interrelazione personale tra gli abitanti del quartiere).

Step numero 2: le sgagliozze. Non si penserebbe mai che in una città di mare si possa mangiare polenta fritta, ma è così. Meraviglioso assaporare le salatissime e unte fette di questa specialità, insaporita dal genuino passaggio di mano (nel senso che costei le tocca) tra

l’indigena massaia friggitrice e voi, ma fa molto tipico anche questo. Sarà l’effetto allucinogeno del tradizionale snack, ma quella che vi si parerà davanti è una città bianca, pulita, quasi profumata (ogni casalinga si premura di pulire il tratto di strada di pertinenza di casa sua),

inframmezzata dai tipici campanili altissimi pugliesi e le piazze antistanti le chiese, tra cui quella di San Nicola, dove si consuma tuttora l’antico rito di recarsi presso la Colonna nella Cripta, attualmente recintata ma fino al 2007 oggetto di un triplo giro intorno, che secondo la tradizione aiuterebbe le zitelle a maritarsi.

Si procede poi verso il lungomare, percorribile su un lastricato, il quale da un lato affaccia sul porto e dall’altro disegna il perimetro delle case alte che danno sul mare, anch’esse bianchissime, e lungo questo cammino è possibile affacciarsi sulle strade interne del centro storico. Sono illuminate, frequentate, invitanti.

Altra breve sosta mangereccia al porto con una focaccia al pomodoro e prosciutto, accompagnata con birra rigorosamente Peroni, da bere come un vero barese: col mignolo alzato quando si porta il collo della bottiglia alla bocca.Bari vecchia 2

E poi via, verso il Teatro Petruzzelli (vederlo dopo averlo sentito nominare tante volte può essere un’altra avvincente emozione) e un breve salto in quella parte del quartiere Murat dove ci sono i negozi più belli e perciò visitati dai turisti durante le soste delle crociere. Pare che lo stesso Gioacchino avesse provveduto a disporre le attività commerciali in posizione tale che ognuno potesse controllare i prezzi dei dirimpettai, stabilendo di fatto un regime di libera concorrenza… vigilata.

Al rientro in albergo, il pensiero corre agli anni ottanta e novanta, durante i quali certamente una simile passeggiata non avrebbe potuto avvenire con tanta serenità a causa del degrado in cui la città era sprofondata. E corre anche ad altre città, prima tra tutte Napoli, dove in molti casi questo non è tutt’ora possibile per lo stesso motivo.

Ma questa testimonianza vuole rappresentare un moto di speranza. Bari può sorprendere anche i più scettici, grazie a taluni miracolosi esiti della riqualificazione. Se è stato possibile rivederla così, e se si assume questo fatto ad emblema, magari accadrà anche nel resto del nostro Paese.bari 007

Un’utopia del Genere

•luglio 14, 2013 • Lascia un commento

Foto0698Lo confesso, non sono di quelle che si scandalizzano quando sentono dire che certe donne si cercano lo stupro.

Prima di farmi un’idea, cerco sempre di leggere tutte le possibili reazioni rispetto ad un fenomeno, fosse pure quella di un mitomane che non riesce a decifrare il linguaggio di un corpo, ancorché femminile. E ammetto pure che io stessa, guardando come si conciano alcune donne (sempre più giovani), mi domando come possano sfidare la sorte così incoscientemente… con tutto quello che succede in giro, anche se rimane indiscutibile che nulla possa giustificare un numero di morte ammazzate che a metà anno ha di nuovo superato un terzo dei giorni trascorsi.

Inutile negare la mia incontrollabile suscettibilità rispetto al tema. Così, quando vengo a sapere che un assessore (assessora? assessrice?) del Comune di Benevento organizza un corteo simbolico contro la violenza di genere, pur non amando le fasce e gli eventi organizzati “dall’alto”, decido di accodarmi. E quando scopro che lei stessa è stata vittima di un compagno violento, capisco come mai quell’invito, benché istituzionale, mi suonasse così audacemente umano.

Ha preparato una nota, dice, e di non avere ancora la forza di raccontare direttamente la sua storia. Quindi passa il foglio alla giornalista che le presterà la voce. Più che una testimonianza è un urlo di rabbia, che mi spezza il cuore impedendomi di trattenere le solite fottute lacrime. lo so, avrei dovuto contenermi. In sostanza, lo dico sempre, sono solo emotiva, ma tutto fa credere che io sia una donna fragile.

Devo aver condizionato non poco, in un virtuoso circolo di crolli emozionali, chi leggeva, che però è riuscita a resistere quasi fino alla fine prima di piangere. E nel tragicomico contesto, dirò di più, sembravo io stessa una silente vittima di un analogo episodio. Evitando gli sguardi più misericordiosi, ho dovuto comunque rassicurare chi mi avvicinava che non era come poteva sembrare e che se fosse capitato a me avrei già denunciato.

Quando mi è stata data la parola volevo morire (chiedo scusa per la truce analogia) e presa dalla commozione non ho saputo che denunciare che qualsiasi forma di repressione della libera espressione dell’individualità andrebbe perseguita come reato.

Nelle varie tappe di questo percorso lungo il Corso Garibaldi, fortunatamente è intervenuto anche qualcuno coi nervi un po’ più saldi, parlando di esperienze importanti a sostegno delle donne vittime di violenza, perché per fortuna sono tanti quelli che nel loro piccolo, o nel loro grande, pongono in essere sportelli, associazioni, punti d’ascolto. Ed è stato lì, sedata la Candy Candy che c’è in me, che ho avuto l’illuminazione.

Proposte concrete, si diceva, non solo parole. “Denunciare” è il convinto appello che si sente ripetere fino allo sfinimento, insieme a “solidarizziamo tra noi donne”. È evidente, insomma, che l’abbigliamento con cui esci non è che l’ultimo insignificante elemento scatenante di una violenza, che può sfociare eventualmente in un femminicidio (si, sono tra coloro che adoperano questo neologismo), che nasce dalla frustrazione di non saper più gestire ciò che storicamente è stato un tuo possesso, e che ora non può esserlo più. Ci credo al punto che penso potrei andare in giro nuda, pur di ratificare la mia convinzione che le donne, da secoli educate, formate, manipolate anche inconsciamente, a sentirsi (oltre che a saper essere) strumentali ai fini di qualcFoto0704un altro, debbano riuscire a convincersi di avere un valore umano, prima ancora della funzione di madri, mogli, dipendenti.

Sono d’accordo con chi pensa a progetti di rivoluzione culturale, educazione (parola che odio con tutta me stessa), percorsi psicanalitici di rivelazione, di comunicazione assertiva, di armonizzazione tra generi e tutto quanto si possa mettere in campo per risolvere il problema. Ma prima di ogni cosa, il mio sogno, la mia utopia, è uno scenario apocalittico in cui ogni vittima si risvegli dal torpore della disistima, della paura di essere sbagliata, della scarsa considerazione di sé, testimoniando non solo le violenze subite, ma la bellezza dell’autenticità, della propria dignità, a prescindere dal valore attribuitole dalla società, aiutando anche le altre a convincersi che un altro modo di essere, di amare, di vivere, è possibile.

Intendiamoci, l’ho detto in quel contesto e lo ripeto: tutti gli esseri umani, al di là di ogni categorizzazione, sono facili vittime di vilipendio, quando ardiscono esprimere la propria originalità e specificità. Non c’è verso, a meno che tu non sia un qualche tipo di celebrità, di far comprendere che la diversità e la differenziazione sono valori, in un clima in cui la paura di chi pensa con la propria testa (avendone il diritto, anche se non sempre la ragione), caratterizza le relazioni interpersonali. Per cui mi rendo conto che la lotta per l’emancipazione non è soltanto una faccenda di genere, quanto piuttosto un ricorso storico che si riproporrà fin quando ci sarà chi, per sfuggire alla paura dell’isolamento, cercherà di diventare altro per compiacere qualcuno.

Se poi quel qualcuno è rappresentato da un padre, un amico, un compagno, un figlio, ecco che la questione diventa tutta femminile.

La grande bellezza (P. Sorrentino – 2013)

•maggio 26, 2013 • Lascia un commento

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Ricordo che, dopo aver letto Cent’anni di solitudine, ci ho messo anni per riprendere a leggere, come temendo che non avrei mai più provato quello che avevo sentito con quel romanzo. Questo non vuol dire che io ne capisca di letteratura, ovviamente, o di cinema. Fatto sta che ho provato la stessa sensazione con “La grande bellezza”.

Mi capita raramente di sperare che un film non finisca mai, vivendo con  ansia ogni buio al termine di una scena, fino a quando quella successiva non comincia. Leggo in rete solo bei commenti e plausi, e ho come l’impressione che Sorrentino diventerà il Moccia della mia generazione: una droga che finisce con l’identificarsi col sangue. Come tutti i libri che ho terminato e chiuso abbracciandoli senza più riaprirli, ho paura che riguardandolo potrei dissacrarlo. Magari tra qualche anno, pure per vedere se reggerà col tempo.

La parte migliore è senz’altro la scrittura, dello stesso Sorrentino, e la colonna sonora, insieme alle “solite” mirabolanti inquadrature ed un movimento macchina che già da solo parla, meglio ancora se intercalato da episodi fantastici assolutamente avulsi dalla concretezza della vicenda (che stia venendo fuori il Tim Burton che c’è in lui?). A parte il feticcio Servillo, col quale il regista ha senz’altro un’osmosi prolifica, e alcuni cameo sorprendenti, come Serena Grandi che esce dalla torta di compleanno ed un’incantevole Fanny Ardant che con un semplice e languido “Bonne nuit” fa sciogliere le vene (tanto per citarne un paio), nulla di rilevante per gli altri interpreti. La Ferilli e Verdone non fanno che recitare (naturalmente benissimo) il loro ruolo storico: una burina sensibile ed uno sfigato irrecuperabile. Ma tant’è. Nonostante le mie difficoltà con il buon Toni (trovo che i monologhi non siano proprio il suo forte, lo ammetto) ho goduto anch’io di questo racconto sulla scoperta di ciò per cui valga la pena vivere e, per uno scrittore, scrivere. Che poi per uno scrittore vero le due cose sono la stessa.

Ho scoperto che ci si innamora delle persone che si sanno stupire (specie quando si è in là con gli anni) e che si sta insieme a qualcuno, veramente, solo quando ne conosciamo i retroscena e nonostante questo, restiamo. L’aver visto un film in cui il protagonista è famoso per l’unico romanzo (giovanile) che ha scritto, mi ha confortata sul fatto che il contributo che si può dare all’arte, e all’umanità in generale, può essere costituito anche da una sola pregnante intuizione, e che il rifiutarsi di ripetersi, quando non c’è materia, è una virtù, che nulla ha a che vedere con la ricerca spasmodica di successo e consensi. E soprattutto ho trovato liberatorio e sferzante, lo smascheramento di quella borghese ipocrisia, dietro la quale si cela l’insoddisfazione latente che si prova quando la vita non è andata come volevi. Dopotutto è l’ironia (a volte anche il cinismo) l’unica arma che ci rimane. Perché… siamo tutti quanti sull’orlo della disperazione. Dovremmo guardarci con affetto… e sostenerci l’un l’altro aiutandoci a prenderci meno sul serio, piuttosto che urlarci addosso come cani. In compenso, Roma capitale viene celebrata monumentalissima e meravigliosa come non mai, per ricordarsi che si tratta pur sempre di Roma, anche se ospita un luogo immondo come il Parlamento.

Che cos’è la grande bellezza? Non credo che il film abbia voluto dirlo davvero, se non svelarne qualche fonte, perché ognuno necessita del proprio percorso, e forse si vive davvero, in fondo, solo se si avverte la necessità di cercarla.

PICU. Io sono l’eroe (?)

•dicembre 30, 2012 • Lascia un commento

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C’è chi non capirà mai la condizione degli inetti. La via ordinaria, infatti, è strafottersene, non tanto degli altri quanto del lato oscuro di noi stessi, a tutti gli effetti. Andare avanti ignorando i rimpianti, senza mettersi in discussione, senza affrontare ciò che di noi non ci piace: ecco una maniera facile per non cadere mai in depressione, per non sentire il peso della propria debolezza, dell’insulsaggine, dell’indifferenza, dell’alienazione, lontani dal sapore amaro del disprezzo per sé stessi. Certamente così non si finisce avviluppati intorno ai propri percorsi psichici.

Figuriamoci scriverci un pezzo teatrale.

“PICU. Io sono l’eroe” è una bellissima pièce di Michele Bevilacqua, Francesco Spaziani e Arcangelo Iannace, che ha voluto rappresentarla anche nella sua Benevento, nella cornice familiare (forse troppo) di un locale circolo privato. E questo è il mio personale tributo alla magistrale raffigurazione di una tutt’altro che semplice pippa mentale.

Bisogna avere un gran cuore da crocerossina per amare Picu, che veste a cipolla una serie di stracci, come se un montone di veli bastasse a proteggerti dalle intemperie del mondo (no, non basta).

Porta un buffo colbacco e blatera cose incomprensibili ai più, almeno a coloro che hanno la fortuna o la sfacciataggine di dire di non aver mai vissuto la depressione, o in qualche modo il distacco materiale dal proprio cervello. Fare schifo è un lusso che pochi possono permettersi. Qualcuno non concepisce neanche la vaga possibilità che possa capitargli di non starci più con la testa.

E quindi, chi va a vedere lo show ha due possibilità: allibire o patire. Rimanere disgustato o rispecchiarsi e guarire. Vomitare o riprendersi. Fare solo finta di capire o rivedere su quel palco lo spettacolo patetico delle proprie miserie interiori, con l’esorcizzante risultato di lasciarle lì sopra e ed avere la sensazione di essersene liberati.

Picu è mangime che dà sé stesso in pasto ai rapaci, è un robot supersonico che fallisce il check, è un eroe dei giochi infantili, è un uomo solo, è un innamorato penoso di cui nessun corrispondente amoroso conoscerà mai i sentimenti.

Dunque non c’è tiepidezza possibile. Ho visto gente smarrita che non capiva di assistere al delirio di un demente, ho visto altra gente piangere. Ho guardato la proiezione di una devastante solitudine incompresa, andata in scena con un’immediatezza disarmante, che riesco ad attribuire solo ad un’interpretazione assolutamente convincente e fin troppo autentica. Persino il bombardamento delle immagini sulla mente del protagonista, che danno vita a qualche minuto di assoluto vaneggiamento del personaggio, mi sono arrivate come un pugno in faccia, paralizzandomi senza darmi modo di potergli neanche gridare “SEI UN COGLIONE”, come pure avrei voluto. La scena è così nauseante che avrebbe meritato una simile partecipazione dal pubblico.

Ho trattenuto le lacrime finché ho potuto, ma non ho più retto sul finale, dopo aver passato un’ora a credere in lui e sperare in una ripartenza (mortacci sua), aggrappandomi ad ogni sprazzo di logica che pure faceva capolino di tanto in tanto. Ho aspettato il lieto fine ad ogni crescendo di lucidità, che puntualmente falliva, fino all’ultima scena quando, rivestiti i panni del supereroe, il super-io sembra quasi farcela e riportare il proprio sé al riscatto sulla vita vera, e nemmeno una botta lo fa secco, nessun accidenti lo coglie lasciandolo stecchito, nessun colpo di scena se lo porta via. Niente. Se non un docile sonnellino agevolato dalla posizione già orizzontale, che se lo trascina nuovamente nell’oblio senza neanche una battuta finale. Lì no, non ce l’ho fatta, e di fronte al trionfo dell’inettitudine che tante vittime ha mietuto e continua a mietere (e non serve guardare troppo oltre sé stessi e chi ci circonda, anche nelle sporadiche occasioni di confronto con umanità sconosciute, per accorgersene) ho pianto anch’io.

* sono grata al gentilissimo fotografo Pio Muto per avermi generosamente imprestato uno dei suoi scatti per le immagini di questo post. 🙂

2012 in review

•dicembre 30, 2012 • Lascia un commento

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2012 per questo blog.

Ecco un estratto:

600 people reached the top of Mt. Everest in 2012. This blog got about 6.400 views in 2012. If every person who reached the top of Mt. Everest viewed this blog, it would have taken 11 years to get that many views.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Storie animaliste ‘ncopp’e Camaldule

•dicembre 7, 2012 • Lascia un commento

OgCANILE 013ni volta che incontro qualcuno che si prende cura di tanti animali, portandoli in casa o sfamandoli per strada con gli avanzi per esempio, non posso fare a meno di chiedermi cosa gli dia la forza di ricordarsi ogni giorno di questi soggetti borderline della fenilità e canilità, spesso malati, ex amici di qualche “padrone”, pardon… “proprietario” invece tanto insulso da averli abbandonati.

Il cuore si stringe anche a me, quando li vedo brucare nell’immondizia, attraversare correndo la carreggiata, o quando supero terrorizzata qualche loro carcassa lungo la strada. Ma mai e poi mai avrei pensato di fondare l’associazione Lega Animalista, accogliere centinaia di cani e decine di gatti, offrire loro un riparo dai violenti, sostenere ed aiutare la campagna sterilizzazione, adattandoci tutti insieme, stretti stretti, vicini vicini, come ha fatto Luigi Carrozzo a Napoli (il canile è ai Camaldoli, ma il territorio di riferimento è provinciale – www.leganimalista.it).

Confesso candidamente che quando l’istruttrice cinofila Giuseppina Ottieri (referente SIUA di zooantropologia didattica e di pet therapy, www.siua.it) è entrata nella mia macchina, preparandomi gentilmente alle cose che stavo per vedere e sentire, non ho potuto fare a meno di chiederle cosa ne pensasse di… Cesar Millan.

Sono irrecuperabile, lo so. Eppure, sebbene mi aspettassi una valanga di insulti irripetibili, la ragazza, che è anche molto dolce, mi ha ringraziato per la domanda e mi ha aperto un mondo.

CANILE 004Cesar Millan, infatti, a quanto pare, è il peggior nemico dei veri animalisti. Sembra che sia particolarmente detestato nell’ambiente e noto per l’utilizzo di mezzi coercitivi tutt’altro che amichevoli nella sua opera di ammansitore di cani. Quando al ritorno mi faccio un giro su internet e digito il suo nome, immediatamente google gli associa parole come “denunciato” e “maltrattamenti”. Cominciamo bene. Non ci vuole molto a risalire all’altra parte del reale, quello non televisivo, non blasonato, ben emarginato, per svelare i trucchi CANILE 001beceri e dissennati del soggetto in questione. Certo, così so educarlo anch’io un cane. E lo fanno pure sembrare un santone. E passiamo il resto del tragitto a massacrare un mito del reality moderno.

Per onestà devo dire che la zona in cui ci rechiamo (da Soccavo ai Camaldoli) è terribilmente sporca. La situazione non migliora nei dintorni del canile. Ma quando il cancello si apre, un miliardo di zanne con lingue ciondolanti in mezzo mi si dirigono incontro, urlanti e festanti, iper-eccitate dall’eccitazione reciproca… in un attimo nuoto in un mare di cani! Di tutte le razze, di tutte le specie, di tutte le taglie. Zoppi, ciechi, sordi, vecchi, ma tutti salvi, e molti di loro con storie di maltrattamento alle spalle. Purtroppo. Se non fosse così, probabilmente non sarebbero lì. Luigi ci riceve col suo sorriso disincantato e ci parla delle difficoltà di finanziamento (perché, diciamocelo, siamo tutti bravi a portargli i cani, ma poi mica pensiamo a come si farà ad accudirli) e di molte delle vicende che hanno portato lì i suoi amici a quattro zampe. CANILE 006Ma questa non vuole essere la solita storia pietista. I cani lì stanno bene. Soprattutto perché sono amati.

Sono paralizzata dallo stupore, ma non posso fare a meno di domandargli (data la spartanità degli spazi: i cani escono a gruppi secondo una turnazione, dalle gabbie, altrimenti non ci entrano tutti nello spazio comune) come mai un società civile tiene gli animali come in un ghetto: altrimenti?

Lui sorride, guarda a terra, poi le sue collaboratrici. “Altrimenti la strada – dice – le ruote delle macchine, i pali col guinzaglio, le pistolettate, i bagni di varecchina, le torture dei ragazzini” (un brano di quello che ha detto si può vedere qui).

CANILE 012La SIUA, in posti come questi, tiene addirittura dei corsi (agli umani, più che alle bestie) perché chi vuole adottare un cane senza pedigree e con tante botte, va istruito. Molti non ce la fanno e li riportano pure indietro.

E non è difficile comprenderne le ragioni.

Spesso, infatti, gli animali domestici sono considerati, a cominciare dagli adulti, come dei puppy, dei peluche da strapazzare e usare come giocattoli. Da mettere sul seggiolino per far finta che siano figli, da imboccare, da cavalcare, da stiracchiare.

CANILE 005Capiamoci: anche io strapazzo il mio gatto, ma lui mi caccia fauci e artigli nelle dita, e fa bene. Nel senso che poi non va punito lui se io sono cretina. E così, quando vedo in giro bambini che fanno certe cose agli animali, anche cose innocenti come una carezza, magari un po’ troppo insistente, è ai genitori che guardo, e molto spesso li vedo sollevati da quell’attimo di distrazione del bimbo, ma mai prendere le difese di un animale al quale forse tutte quelle attenzioni possono non essere gradite. Cioè, veramente sono esseri viventi anche loro. Hanno una dignità, un carattere, un’autonomia biologica. Non comprenderlo è per me inspiegabile, e sono solo una gattara qualunque.

A tal proposito.

Lega Animalista accoglie anche tanti gatti. È lì che veramente potevo avere un infarto. Un piccolo angolo felino, pieno di europei, tutti con occhi (per chi li aveva ancora) rivolti verso di me con espressione tra il tipico strafottente guardingo e l’implorante. Li avrei portati a casa tutti. Tutti. Anche perché coi gatti è più semplice. Dopotutto, maltrattati o no, sono stronzi comunque, quindi si sa che si adatterebbero meglio. O no? Questa è stata la mia impressione.CANILE 016

Usciamo ed effettivamente riconosco che avevano fatto bene ad avvisarmi. Mi sento destabilizzata, svuotata, incazzata. Forse da allora non sono neanche più la stessa.

Ogni volta che vedo un cane ai margini della strada mi vergogno, e più di prima mi chiedo chi o cosa lo abbia portato lì. Un cane abbandonato può diventare subito un pericolo, e non per chi lo abbandona, purtroppo.

Lo so… ma dopo aver visto quello che ho visto io, poi si capisce perché certi animalisti diventano più cinici del problema che combattono.CANILE 007

Verso il mercato della terra sannita (10 novembre 2012 ore 16.00)

•novembre 10, 2012 • Lascia un commento

Quanta bella gente alla manifestazione “Verso il mercato della terra sannita” che si sta svolgendo in queste ore alla Masseria Roseto, qui a Benevento.

L’allestimento mi ricorda il presepe che facevo da piccolla con papà. Andavamo a San Gregorio Armeno a comprare i pastori, e poi ricostruivamo le scene della Natività e del resto del paese: quello che ne usciva fuori era un misto tra Quartiere Mercato e Betlemme, particolarmente piacevole agli occhi di un qualunque individuo con un gusto medio per l’orrido, ma tant’è. Ora qui è tutta un’altra storia.

Sotto l’impalcatura in legno della masseria, più di una decina di bancarelle espongono prosciutto, ortaggi, conserve, olio, vino, farina, dolci, pane fresco, pecorino, mozzarella di bufala, caciocavallo… gnam slurp.

Per mia somma gioia incontro Vincenzo Egizio, uno della Resistenza Contadina. Vive ed esercita a Brusciano (NA) dove coltiva papaccelle, pomodori San Marzano, pomodorini del piennolo del Vesuvio, pomodoro giallo di Visciano, fagioli cannellini di Acerra “dente di morto”, albicocche vesuviane, torzelle ricce, broccoli per la minestra, zucca lunga di Napoli, scarola riccia e schiana, e produce conserve di pomodori san Marzano, pelati ed in passata, papaccelle sotto aceto e marmellate di albicocche del Vesuvio (leggi i dettagli qui) .

Mi dice “questo mestiere si basa soprattutto sul sostegno della gente”, perché non è facile fare il contadino, se non hai il contatto con chi ti compra i prodotti. Sapete: quando si sente “prodotto Slow Food” subito si pensa di pagarlo a peso d’oro. Io rispondo sempre che non è un prezzo alto, è un prezzo giusto. Per non sbagliarmi vi dico di controllare i cartellini del supermercato. Sotto il prezzo unitario della confezione, trovate il prezzo al chilo del prodotto che state acquistando. Scoprirete che è ben più alto di quello che paghereste a Vincenzo o a qualsiasi altro suo collega. La differenza sta nel fatto che, nel primo caso, ai produttori viene dato (non temo di sbagliarmi) un centesimo di quello che gli date voi se comprate direttamente da lui, mentre il resto va alla Grande Distribuzione Organizzata: ossia i super, gli iper, e tutte le catene alimentari nate all’inizio degli anni ’80 con l’illusione di portarci il cibo in città, allontanandoci dalla campagna e buttando in mezzo alla strada tanti agricoltori che col tempo, nel migliore dei casi, sono diventati dipendenti di chi gli ha comprato la terra a quattro soldi, oppure sono finiti ad essere sfruttati, vendendo all’ingrosso da loro produzione all’industria alimentare che impone prezzi e condizioni. Detto così: come si fa a rimanere complici di questo meccanismo? Non mi fraintendete: anch’io compro ai Grandi Magazzini, ma una parte dei miei piccioli la spendo come oggi, perchè è giusto e conveniente. Per la mia salute, per l’economia, quindi per tutti.

Vincenzo invece mi ha risposto in un altro modo: se vogliono risparmiare, digli di venire da me in campagna. Gli do le papaccelle che la mia famiglia ha sempre fatto, gli raccolgo una cassetta e gliela do, gli faccio assaggiare il frutto appena colto. Mi faranno risparmiare tempo e fatica, e invece di ripagarmi le spese del viaggio, si vengono a comprare i prodotti da me, ci conosciamo, e mi danno pure la forza ed il conforto per andare avanti.

Ammazza!

Detto tra noi: il mercatino continua nel pomeriggio. Spegnete ‘sto computer e (parola mia) non vi perdete il pecorino ed il caciocavallo di Peppe Fortunato, i rustici di Giovanni Minicozzi, le conserve e gli ortaggi dei loro compagni di lavoro e la pimpinella e il nocillato della signora Piscitelli. Mi raccomando.

 
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