Schifani e la strage in Via D’Amelio

UN UMILE COMMENTO

Il fatto che Renato Schifani abbia presieduto istituzionalmente alla commemorazione della strage di via D’Amelio, lo scorso 19 luglio, è un’allegoria che farebbe rivoltare i fratelli Marx nella tomba.

È come se io ammazzassi la persona che ha reso la mia vita impossibile, e poi le organizzassi una festa d’addio.

Per chi segue le crime-story, (come chi scrive, in qualità di tossicodipendente da celluloide formato indagine sanguinolenta), la cosa ricorda l’omicida che torna sul luogo del delitto durante i rilievi della scientifica per compiacersi del suo operato, è la vergogna, è la bestemmia, è la follia.

Bene hanno fatto, quelli che hanno dedicato alla notizia qualcosa in più di una notarella, gli scribacchini delle principali testate giornalistiche, a limitarsi a riportare parola per parola, con cura e fedeltà da stenografi di segreteria, ciò che il benemerito Presidente del Senato della Repubblica Italiana ha detto per ricordare i caduti: lo Stato sta facendo quello e quell’altro, la Sicilia terra di questo e di quell’altro… e infine, come decisiva stoccata al senso del pudore e alle nostre flebili intelligenze: “sono orgoglioso di come stia reagendo la Sicilia”.

Il nostro (perché lo è di tutti noi) Presidente ha detto che gli imprenditori non pagano più il pizzo, che sta crollando il muro dell’omertà, che la lotta alla mafia è quanto mai fervida e ricca di risultati.

Probabilmente questo, in codice, vuol dire che le imprese siciliane non hanno il dovere di pagare il pizzo a se stesse, dato che mafia è anche impresa, e che secondo Schifani chi parla si sente più protetto. Forse perché la gente che parla fa parte di cosche avversarie a quelle di chi accusa.

Nel rispetto di chi vede la mafia come il proprio stato, il proprio datore di lavoro, il garante di un sistema che ha dimostrato di valere molto di più della repubblica, benché fondato su regole che almeno una parte dei cittadini ritiene assurde, ribadiamo per l’ennesima volta che Renato Schifani, tra l’altro, è l’unico socio impunito della Sicula Brokers (Espresso), di cui facevano parte alcuni usurai ed un personaggio definito “il papa della mafia”. Ma non vi tedieremo con ulteriori particolari, lasciando a chi ancora non lo sapesse, la cura dell’eventuale approfondimento.

Dunque, signori, limitiamoci alla constatazione dei fatti: questo è il presidente del senato, questo è chi detiene la seconda carica dello Stato. Del resto, se i siciliani hanno eletto come presidente della Regione Totò Cuffaro, questo è ciò che vogliono.

Vedete: questa storia dei pacchetti di voto, in base alla quale sembrerebbe che chi esprime una preferenza per un affiliato alle cosche non ha colpa, non deve esimere gli stessi elettori dalle loro responsabilità. Si dice che i voti sono pilotati, che si vendono, che si comprano. La verità è che le transazioni avvengono tra due soggetti: uno che ha il potere d’acquisto, l’altro che ha la merce di scambio che interessa. Non per niente la legge inibisce agli incapaci di intendere, la possibilità di compiere atti giuridici. Se un cittadino non è incapace secondo la legge, evidentemente è consapevole di ciò che fa. E ne è responsabile.

Per cui non ci lamentiamo se stato e para-stato sono oggi più che mai identificabili nello stesso sistema. In mafia come in democrazia, lo Stato siamo noi.

In conclusione, in ossequio ad un preciso dovere di cronaca, il commento sarebbe d’obbligo, e qui questo ossequio vuole essere compiuto. L’unico commento esprimibile è questo: è uno schifo. Anzi, uno Schifano.

Giovanni Falcone ha detto una volta che la Mafia è una cosa umana, che come tale ha un inizio ed una fine. Chissà, se vedremo il tempo dell’avverarsi di questa profezia.

m.e.n.


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