L’allogazione di Anghiari

Non c’è ragione per riporlo in libreria prima di averlo letto. Ed il bello, è che ce lo hanno regalato.

Il ritrovamento di un manoscritto ad opera di Gian Giacomo Caprotti, detto Salaì, fedele allievo ed inseparabile compagno di Leonardo da Vinci, funge da pretesto leggendario e spunto, a Dionisio Castello, professore di Storia dell’arte e presidente di Slow Food Lazio, per scrivere il suo “L’allogazione di Anghiari”, vincitore del “Premio L’autore”, curato da Firenze Libri.

Non stupisce che un romanzo intenso e ricercato, erudito ed accessibile, divorabile e a tratti struggente, abbia vinto un premio che rende omaggio a scrittori che si distinguono per talento: la tecnica narrativa di Castello è suggestiva, a tratti impeccabile.

Il libro racconta di una serie di omicidi che si danno per avvenuti all’inizio del ‘500, durante i lavori di realizzazione, ad opera di Leonardo, di un affresco sulla Battaglia di Anghiari, avvenuta nel 1440 tra milanesi e fiorentini, e vinta da questi ultimi.

Palazzo Vecchio diventa quindi la prima di una serie di scene del crimine, ed essendo il ritrovamento del primo cadavere avvenuto proprio sull’impalcatura dei lavori per l’affresco, sarà Leonardo stesso, ad essere incaricato di scoprirne l’artefice.

Ciò che ne viene è un moderno ritratto di una Firenze rinascimentale pacatamente descritta per quello che forse è stata davvero: un crogiolo di talenti innanzitutto, un’interminabile messa in scena di microdrammi e commediole poi.

Irresistibile, ironico (indimenticabile è la descrizione che Leonardo fa del rapporto tra l’uomo e il suo pene), commovente, il romanzo è una culla dondolata con sapienza dalla mano di una madre adusa, che racconta al lettore la fiaba di una città che ha foraggiato ed incoraggiato le menti più illuminate del tempo, senza dimenticare che leggere è innanzitutto piacere.

Leonardo sarà descritto come geniale e burbero, curiosamente calato nella quotidianità del suo lavoro, nell’imprevedibilità del suo temperamento, nell’arguzia delle sue osservazioni, nell’umanità dei suoi vizi, nelle tenebre dei suoi scheletri nell’armadio, nella sua caparbietà cieca, nel suo livore per l’incomprensione verso gli artisti.

Il libro è anche un pretesto per rivelare le autentiche (queste si, pare) passioni del Maestro al di là delle arti: il cibo, gli uomini, la scienza. Innumerevoli, infatti, sono gli aneddoti, le chicche, le collocazioni storiche di fatti poco conosciuti, che vi si susseguono come nel migliore dei capolavori di Jean Jacques Annaud, alla cui abilità di narratore non temiamo di paragonare, con il dovuto rispetto, quella di questo autore.

Se cercate un libro emozionate, divertente, che vi faccia rimpiangere i tempi in cui (per dirla con le parole di Dario Fo, durante un’intervista di Fabio Fazio) le risorse pubbliche erano seriamente investite in cultura e ricerca, in quantità che farebbero impallidire l’Italia contemporanea, leggetelo.

Un seducente canone inverso, aleggiante in sottofondo lungo tutto il percorso, vi condurrà ad un finale talmente assurdo da sembrare plausibile, accompagnandovi a ritroso, con la numerazione decrescente dei capitoli, verso la soluzione che arriverà soltanto allo “zero”, o giù di lì.

La conferma, se mai ce ne fosse bisogno, dell’ineluttabile verità insita in un antico adagio latino: in fine incipiendum, nella fine è il principio.

m.e.n.


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: