Un’utopia del Genere

Foto0698Lo confesso, non sono di quelle che si scandalizzano quando sentono dire che certe donne si cercano lo stupro.

Prima di farmi un’idea, cerco sempre di leggere tutte le possibili reazioni rispetto ad un fenomeno, fosse pure quella di un mitomane che non riesce a decifrare il linguaggio di un corpo, ancorché femminile. E ammetto pure che io stessa, guardando come si conciano alcune donne (sempre più giovani), mi domando come possano sfidare la sorte così incoscientemente… con tutto quello che succede in giro, anche se rimane indiscutibile che nulla possa giustificare un numero di morte ammazzate che a metà anno ha di nuovo superato un terzo dei giorni trascorsi.

Inutile negare la mia incontrollabile suscettibilità rispetto al tema. Così, quando vengo a sapere che un assessore (assessora? assessrice?) del Comune di Benevento organizza un corteo simbolico contro la violenza di genere, pur non amando le fasce e gli eventi organizzati “dall’alto”, decido di accodarmi. E quando scopro che lei stessa è stata vittima di un compagno violento, capisco come mai quell’invito, benché istituzionale, mi suonasse così audacemente umano.

Ha preparato una nota, dice, e di non avere ancora la forza di raccontare direttamente la sua storia. Quindi passa il foglio alla giornalista che le presterà la voce. Più che una testimonianza è un urlo di rabbia, che mi spezza il cuore impedendomi di trattenere le solite fottute lacrime. lo so, avrei dovuto contenermi. In sostanza, lo dico sempre, sono solo emotiva, ma tutto fa credere che io sia una donna fragile.

Devo aver condizionato non poco, in un virtuoso circolo di crolli emozionali, chi leggeva, che però è riuscita a resistere quasi fino alla fine prima di piangere. E nel tragicomico contesto, dirò di più, sembravo io stessa una silente vittima di un analogo episodio. Evitando gli sguardi più misericordiosi, ho dovuto comunque rassicurare chi mi avvicinava che non era come poteva sembrare e che se fosse capitato a me avrei già denunciato.

Quando mi è stata data la parola volevo morire (chiedo scusa per la truce analogia) e presa dalla commozione non ho saputo che denunciare che qualsiasi forma di repressione della libera espressione dell’individualità andrebbe perseguita come reato.

Nelle varie tappe di questo percorso lungo il Corso Garibaldi, fortunatamente è intervenuto anche qualcuno coi nervi un po’ più saldi, parlando di esperienze importanti a sostegno delle donne vittime di violenza, perché per fortuna sono tanti quelli che nel loro piccolo, o nel loro grande, pongono in essere sportelli, associazioni, punti d’ascolto. Ed è stato lì, sedata la Candy Candy che c’è in me, che ho avuto l’illuminazione.

Proposte concrete, si diceva, non solo parole. “Denunciare” è il convinto appello che si sente ripetere fino allo sfinimento, insieme a “solidarizziamo tra noi donne”. È evidente, insomma, che l’abbigliamento con cui esci non è che l’ultimo insignificante elemento scatenante di una violenza, che può sfociare eventualmente in un femminicidio (si, sono tra coloro che adoperano questo neologismo), che nasce dalla frustrazione di non saper più gestire ciò che storicamente è stato un tuo possesso, e che ora non può esserlo più. Ci credo al punto che penso potrei andare in giro nuda, pur di ratificare la mia convinzione che le donne, da secoli educate, formate, manipolate anche inconsciamente, a sentirsi (oltre che a saper essere) strumentali ai fini di qualcFoto0704un altro, debbano riuscire a convincersi di avere un valore umano, prima ancora della funzione di madri, mogli, dipendenti.

Sono d’accordo con chi pensa a progetti di rivoluzione culturale, educazione (parola che odio con tutta me stessa), percorsi psicanalitici di rivelazione, di comunicazione assertiva, di armonizzazione tra generi e tutto quanto si possa mettere in campo per risolvere il problema. Ma prima di ogni cosa, il mio sogno, la mia utopia, è uno scenario apocalittico in cui ogni vittima si risvegli dal torpore della disistima, della paura di essere sbagliata, della scarsa considerazione di sé, testimoniando non solo le violenze subite, ma la bellezza dell’autenticità, della propria dignità, a prescindere dal valore attribuitole dalla società, aiutando anche le altre a convincersi che un altro modo di essere, di amare, di vivere, è possibile.

Intendiamoci, l’ho detto in quel contesto e lo ripeto: tutti gli esseri umani, al di là di ogni categorizzazione, sono facili vittime di vilipendio, quando ardiscono esprimere la propria originalità e specificità. Non c’è verso, a meno che tu non sia un qualche tipo di celebrità, di far comprendere che la diversità e la differenziazione sono valori, in un clima in cui la paura di chi pensa con la propria testa (avendone il diritto, anche se non sempre la ragione), caratterizza le relazioni interpersonali. Per cui mi rendo conto che la lotta per l’emancipazione non è soltanto una faccenda di genere, quanto piuttosto un ricorso storico che si riproporrà fin quando ci sarà chi, per sfuggire alla paura dell’isolamento, cercherà di diventare altro per compiacere qualcuno.

Se poi quel qualcuno è rappresentato da un padre, un amico, un compagno, un figlio, ecco che la questione diventa tutta femminile.

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~ di Gli stregatti di Maria Elena Napodano su luglio 14, 2013.

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