La grande bellezza (P. Sorrentino – 2013)

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Ricordo che, dopo aver letto Cent’anni di solitudine, ci ho messo anni per riprendere a leggere, come temendo che non avrei mai più provato quello che avevo sentito con quel romanzo. Questo non vuol dire che io ne capisca di letteratura, ovviamente, o di cinema. Fatto sta che ho provato la stessa sensazione con “La grande bellezza”.

Mi capita raramente di sperare che un film non finisca mai, vivendo con  ansia ogni buio al termine di una scena, fino a quando quella successiva non comincia. Leggo in rete solo bei commenti e plausi, e ho come l’impressione che Sorrentino diventerà il Moccia della mia generazione: una droga che finisce con l’identificarsi col sangue. Come tutti i libri che ho terminato e chiuso abbracciandoli senza più riaprirli, ho paura che riguardandolo potrei dissacrarlo. Magari tra qualche anno, pure per vedere se reggerà col tempo.

La parte migliore è senz’altro la scrittura, dello stesso Sorrentino, e la colonna sonora, insieme alle “solite” mirabolanti inquadrature ed un movimento macchina che già da solo parla, meglio ancora se intercalato da episodi fantastici assolutamente avulsi dalla concretezza della vicenda (che stia venendo fuori il Tim Burton che c’è in lui?). A parte il feticcio Servillo, col quale il regista ha senz’altro un’osmosi prolifica, e alcuni cameo sorprendenti, come Serena Grandi che esce dalla torta di compleanno ed un’incantevole Fanny Ardant che con un semplice e languido “Bonne nuit” fa sciogliere le vene (tanto per citarne un paio), nulla di rilevante per gli altri interpreti. La Ferilli e Verdone non fanno che recitare (naturalmente benissimo) il loro ruolo storico: una burina sensibile ed uno sfigato irrecuperabile. Ma tant’è. Nonostante le mie difficoltà con il buon Toni (trovo che i monologhi non siano proprio il suo forte, lo ammetto) ho goduto anch’io di questo racconto sulla scoperta di ciò per cui valga la pena vivere e, per uno scrittore, scrivere. Che poi per uno scrittore vero le due cose sono la stessa.

Ho scoperto che ci si innamora delle persone che si sanno stupire (specie quando si è in là con gli anni) e che si sta insieme a qualcuno, veramente, solo quando ne conosciamo i retroscena e nonostante questo, restiamo. L’aver visto un film in cui il protagonista è famoso per l’unico romanzo (giovanile) che ha scritto, mi ha confortata sul fatto che il contributo che si può dare all’arte, e all’umanità in generale, può essere costituito anche da una sola pregnante intuizione, e che il rifiutarsi di ripetersi, quando non c’è materia, è una virtù, che nulla ha a che vedere con la ricerca spasmodica di successo e consensi. E soprattutto ho trovato liberatorio e sferzante, lo smascheramento di quella borghese ipocrisia, dietro la quale si cela l’insoddisfazione latente che si prova quando la vita non è andata come volevi. Dopotutto è l’ironia (a volte anche il cinismo) l’unica arma che ci rimane. Perché… siamo tutti quanti sull’orlo della disperazione. Dovremmo guardarci con affetto… e sostenerci l’un l’altro aiutandoci a prenderci meno sul serio, piuttosto che urlarci addosso come cani. In compenso, Roma capitale viene celebrata monumentalissima e meravigliosa come non mai, per ricordarsi che si tratta pur sempre di Roma, anche se ospita un luogo immondo come il Parlamento.

Che cos’è la grande bellezza? Non credo che il film abbia voluto dirlo davvero, se non svelarne qualche fonte, perché ognuno necessita del proprio percorso, e forse si vive davvero, in fondo, solo se si avverte la necessità di cercarla.

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~ di Gli stregatti di Maria Elena Napodano su maggio 26, 2013.

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