PICU. Io sono l’eroe (?)

picu

C’è chi non capirà mai la condizione degli inetti. La via ordinaria, infatti, è strafottersene, non tanto degli altri quanto del lato oscuro di noi stessi, a tutti gli effetti. Andare avanti ignorando i rimpianti, senza mettersi in discussione, senza affrontare ciò che di noi non ci piace: ecco una maniera facile per non cadere mai in depressione, per non sentire il peso della propria debolezza, dell’insulsaggine, dell’indifferenza, dell’alienazione, lontani dal sapore amaro del disprezzo per sé stessi. Certamente così non si finisce avviluppati intorno ai propri percorsi psichici.

Figuriamoci scriverci un pezzo teatrale.

“PICU. Io sono l’eroe” è una bellissima pièce di Michele Bevilacqua, Francesco Spaziani e Arcangelo Iannace, che ha voluto rappresentarla anche nella sua Benevento, nella cornice familiare (forse troppo) di un locale circolo privato. E questo è il mio personale tributo alla magistrale raffigurazione di una tutt’altro che semplice pippa mentale.

Bisogna avere un gran cuore da crocerossina per amare Picu, che veste a cipolla una serie di stracci, come se un montone di veli bastasse a proteggerti dalle intemperie del mondo (no, non basta).

Porta un buffo colbacco e blatera cose incomprensibili ai più, almeno a coloro che hanno la fortuna o la sfacciataggine di dire di non aver mai vissuto la depressione, o in qualche modo il distacco materiale dal proprio cervello. Fare schifo è un lusso che pochi possono permettersi. Qualcuno non concepisce neanche la vaga possibilità che possa capitargli di non starci più con la testa.

E quindi, chi va a vedere lo show ha due possibilità: allibire o patire. Rimanere disgustato o rispecchiarsi e guarire. Vomitare o riprendersi. Fare solo finta di capire o rivedere su quel palco lo spettacolo patetico delle proprie miserie interiori, con l’esorcizzante risultato di lasciarle lì sopra e ed avere la sensazione di essersene liberati.

Picu è mangime che dà sé stesso in pasto ai rapaci, è un robot supersonico che fallisce il check, è un eroe dei giochi infantili, è un uomo solo, è un innamorato penoso di cui nessun corrispondente amoroso conoscerà mai i sentimenti.

Dunque non c’è tiepidezza possibile. Ho visto gente smarrita che non capiva di assistere al delirio di un demente, ho visto altra gente piangere. Ho guardato la proiezione di una devastante solitudine incompresa, andata in scena con un’immediatezza disarmante, che riesco ad attribuire solo ad un’interpretazione assolutamente convincente e fin troppo autentica. Persino il bombardamento delle immagini sulla mente del protagonista, che danno vita a qualche minuto di assoluto vaneggiamento del personaggio, mi sono arrivate come un pugno in faccia, paralizzandomi senza darmi modo di potergli neanche gridare “SEI UN COGLIONE”, come pure avrei voluto. La scena è così nauseante che avrebbe meritato una simile partecipazione dal pubblico.

Ho trattenuto le lacrime finché ho potuto, ma non ho più retto sul finale, dopo aver passato un’ora a credere in lui e sperare in una ripartenza (mortacci sua), aggrappandomi ad ogni sprazzo di logica che pure faceva capolino di tanto in tanto. Ho aspettato il lieto fine ad ogni crescendo di lucidità, che puntualmente falliva, fino all’ultima scena quando, rivestiti i panni del supereroe, il super-io sembra quasi farcela e riportare il proprio sé al riscatto sulla vita vera, e nemmeno una botta lo fa secco, nessun accidenti lo coglie lasciandolo stecchito, nessun colpo di scena se lo porta via. Niente. Se non un docile sonnellino agevolato dalla posizione già orizzontale, che se lo trascina nuovamente nell’oblio senza neanche una battuta finale. Lì no, non ce l’ho fatta, e di fronte al trionfo dell’inettitudine che tante vittime ha mietuto e continua a mietere (e non serve guardare troppo oltre sé stessi e chi ci circonda, anche nelle sporadiche occasioni di confronto con umanità sconosciute, per accorgersene) ho pianto anch’io.

* sono grata al gentilissimo fotografo Pio Muto per avermi generosamente imprestato uno dei suoi scatti per le immagini di questo post. 🙂

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~ di Gli stregatti di Maria Elena Napodano su dicembre 30, 2012.

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