Orgoglio contadino e altre questioni

Non è facile riassumere un incontro con Carlo Petrini, fondatore di Slow Food ed attuale presidente di Slow Food Internazionale. Ormai lo leggiamo su Repubblica, lo vediamo partecipare ai rendez-vous politici, sappiamo che i suoi libri vengono premiati, e dunque, ritrovarselo davanti, più che una semplice esperienza, è un avvenimento da decodificare. Ciò che incarna Slow Food si può comprendere solo dopo una lunga militanza. Noi stessi, i soci, facciamo fatica a liberarci dell’etichetta di semplici gozzovigliatori amanti della buona tavola. In realtà sappiamo bene di aver fatto un ulteriore passo: siamo consumatori consapevoli (co-produttori grazie a scelte governate il più possibile dal buono pulito e giusto), piccoli gourmet del desino nostrano, pionieri ed esploratori delle frontiere del genuino, con un atteggiamento tra il retro e un il gagà dei sapori di una volta.
La rivalutazione dei mestieri semplici, attinenti l’agricoltura, è la provocazione che caratterizzerà anche il Salone del Gusto a Torino, il quale, all’appuntamento biennale del 2012 ci inviterà alla celebrazione dell’”orgoglio contadino”, durante una kermesse che non si vedrà più distinta dal collaterale evento di “Terra Madre” ma che si fonderà con quest’ultimo, proprio per ribadire il ruolo fondamentale degli agricoltori, dei pastori, gli unici, umili, inconsapevoli rimasti capaci di produrre valore aggiunto, laddove con questa espressione non si intende più tanto un accrescimento alle proprietà economiche di un bene, quanto il potenziamento dell’importanza che quel bene acquisisce nella nostra qualità della vita.
Si va verso la riscoperta del compito, fondamentale nell’economia, di un lavoratore da secoli considerato con disdegno perché protagonista di un mestiere in cui ci si sporca le mani, che magari poco parla dell’idioma moderno, e soprattutto poco remunerato, anche se la storia sta dimostrando che questo sarà sempre meno vero, visto che, tramontato il mito della speculazione finanziaria, si ritornerà al semplice concetto (se vuoi un po’ smithiano, e quindi liberale) che la vera accumulazione nasce dall’agricoltura, a prescindere dai prezzi giustamente remunerativi.
Ma ce li vedete voi, i risparmiatori medi (perché è un dato di fatto: c’è ancora chi ce li ha, i risparmi) ad investire, invece che in banca o in borsa, nel circuito dei community supporter? Tanta gente già lo fa: bypassando l’intermediazione bancaria, presta denaro alle aziende agricole, che restituiscono il capitale in natura, con ortaggi, rigorosamente di stagione, carni e prodotti caratteristici dell’attività svolta. Questo esige, naturalmente, che si esca dall’ottica dell’investire soldi per ottenere più soldi… la vediamo dura.
Manca poco che Carlin ci chiami tutti in prima linea a combattere la fame nel mondo. Non c’è nulla di strano, a suo avviso, nella dicotomia socio-gourmet/socio-terramadrista. Tutto si risolve semplicemente nell’idea di una globalizzazione virtuosa che pone al primo posto, come obiettivo, il diritto al cibo, nell’ottica di uno scambio che da lineare (io do a te se tu dai a me) deve diventare reciproco, come dono che esige un ricambio, ma non lo pretende per sé.

VAI ALLE SUGGESTIONI DI CARLIN PER I SOCI DI SLOW FOOD

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~ di Gli stregatti di Maria Elena Napodano su gennaio 24, 2012.

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