Silvio forever (sarà)

Mai come in questo caso titolo fu così profetico.

In questa fresca serata di settembre La7 ha mandato in onda un docu-film che parla del Presidente del Consiglio italiano. Nulla di trascendentale, neanche nel sapiente montaggio che non ha fatto altro che mettere in fila gli episodi salienti di un uomo che, a guardarlo così, sembra proprio uno di noi.

Uno dei tanti che dice di avere una prospettiva positiva, un esperto venditore, un uomo di carisma che sembra quasi simpatico, e probabilmente lo è, durante il lieto scorrere della sua storia tra le pagine di celluloide che lo ritraggono.

Suggestivo il passaggio dalla storia dell’imprenditore a quella del politico, intercalata da irruzioni dei suoi imponenti avversari satirici, i quali, al cospetto di tanta disarmante umanità, appaiono quasi come dei buontemponi che non hanno niente di meglio da fare che parlare di lui, certo, come se non avessero altro scopo nella vita che sottrargli credibilità.

Se non fosse così sfacciatamente tornacontista, se non avesse più che sestuplicato il suo patrimonio da quando è entrato in politica, se non si fosse saputo così abilmente riprendere dalle sue sconfitte politiche, Silvio Berlusconi sarebbe forse soltanto un uomo abbastanza brillante, mediamente ammaliatore, capace, abile, o semplicemente più furbo degli altri.

Il guaio è che quando cominci a convincerti di essere veramente la cura ai mali del mondo, quando impari a persuadere gli altri delle balle che tu ti racconti allo specchio la mattina, fino a convincertene, quando impari a spararle talmente grosse da risultare credibile, un po’ cominci ad esacerbare.

Diciamolo: c’è gente che sa come imporsi sugli altri, che riesce a rivoltare in proprio favore anche i guai peggiori che possa passare, e lui è uno di questi. La semplicità con cui confessa di dare soldi a chi ne ha bisogno mi è sembrata del tutto convincente. Il fatto è che lui lo dice, lo ammette, senza lasciarsi intimidire dalle costrizioni dell’etichetta. Il problema non è lui, ma chi nella sua utopica visione da gran visir, ci crede veramente, e crede anche che questo sia perfino il toccasana universale per i problemi della nostra nazione.

Abbiamo scelto questo: essere governati da un verace yuppie molto somigliante a quel modello vincente che i suoi stessi mezzi mediatici ci hanno proposto come ambita evoluzione, e non possiamo prendercela con nessun altro, se gli abbiamo consentito di fare il gallo sulla munnezza, unica vera macchia, questa, nel suo curriculum da premier, nella forma di una gigantesca montagna di rifiuti che, specie in certe regioni, non spariranno mai, a causa di interessi così enormi che lui forse neanche immagina, e che si guarda bene dall’affrontare.

Personalmente non credo che sia stato un primo attore, nello scenario apocalittico del Bunga Bunga. Ciò che mi indigna non sono le sue esternazioni sulle donne, il farsi i loschi affari suoi (se me lo avessero permesso, lo avrei fatto anch’io), no: ciò che mi imbarazza è l’assoluta sua incapacità ed inadeguatezza a svolgere un ruolo istituzionale talmente importante, ed è per questo che mi accingo a concludere così la recensione di un film che non ha nulla da togliere o aggiungere a quello che già sappiamo: la sua carica politica, benché attualmente ricoperta da una personalità così connotata, è continuamente sminuita e decisamente svuotata da ogni velleità di rappresentatività del nostro Paese. Perché, finora, qualsiasi teatrante, con ambizioni da primadonna, con scheletri nell’armadio del calibro di quelli che ha lui, nessuno, nelle sue condizioni, si sarebbe mai sognato di arrivare a ricoprire un incarico di simile lustro, ed è questo, forse, il danno più irreparabile: l’aver sdoganato l’accesso alle cariche istituzionali più prestigiose, da parte di un qualsiasi pagliaccio con abilità scenografiche neanche tanto particolari. Nella più totale mancanza di una valida e credibile alternativa, naturalmente.

C’est tout.

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~ di Gli stregatti di Maria Elena Napodano su settembre 9, 2011.

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