Se non ci sono altre domande (P. Virzì, Teatro Eliseo, Roma, 2011)

Confessione: ogni volta che in tv o al cinema danno un film di Virzì, mi precipito a guardarlo senza remore e con i paraocchi, avendone ormai implementato tecnica narrativa, visione, filosofia di vita.

Figurarsi se potevo farmi scappare l’occasione di assistere a “Se non ci sono altre domande” da lui scritto ed interpretato da un altro mio mito: Silvio Orlando.

Un giorno, dunque, mi trovo a Roma per lavoro, avendo recato con me, in modo assolutamente non casuale, il recapito del Teatro Eliseo. Chiamo e scopro che si tratta del penultimo giorno di programmazione, e che ci sono anche posti disponibili. Totale dell’operazione: 25 Euro, “roba da pazzi” penso, tant’è che a Benevento non ho mai speso così poco come pubblico pagante per uno spettacolo di gran richiamo.

Pianto la macchina a Piazza della Repubblica e mi precipito. Prendo posto. Sono in platea e posso apprezzare immediatamente la grande fruibilità del teatro. Poltrona neanche troppo centrale, ma vedo e sento tutto benissimo. Le luci in sala si spengono, la messa in scena ha inizio.

Immaginate quindi di ritrovarvi ad applaudire all’ingresso del primo attore, come si fa di solito, per scoprire subito dopo che siete uno degli spettatori di una piazzata, che ha come oggetto (del tutto inconsapevole) un piccolo uomo comune, con più cose da dire durante un pubblico processo che in tutta la sua quasi insignificante vita, la quale, messa sotto lente, appare come un golosissimo intreccio di trame e guazzabugli, piccoli illeciti e grandi responsabilità mai assunte, scelte lasciate al destino e ignave abitudini.

Michele Cozzolino, così si chiama costui, per poco che abbia voluto combinare è comunque un marito insoddisfatto che lavora in una specie di grande finanziaria, grazie al fenomenale calcio in culo che gli ha dato suo suocero, uno dei tanti che faranno le sue scelte al posto suo. E sotto il ben congeniato gioco di luci fatti di riflettori, ledwall e scritte riportanti gli sms di fantomatici telespettatori, è costretto a veder sciorinare i particolari più intimi della sua esistenza (amori inconfessati, aspettative deluse, gioie, dolori e quant’altro) senza poter minimamente opporsi all’incalzare di un selezionato gruppo di informatissimi giornalisti, un impeccabile ficcanaso che continua ad inveire contro di lui da un palchetto, le banali considerazioni di un perfettamente riprodotto Radio-DJ Leone di Lernia, nonché agli sguardi sarcastici di noi pubblico, al tempo stesso allibito ed accanito contro la sua insulsa incapacità di reagire, se non offendendosi e tentando la fuga.

Un esperimento molto interessante che non si riduce semplicemente a denigrare il già bistrattato mondo dei reality show, facendoti realizzare anzi quanto sia semplice incappare nel suo meccanismo, sia come protagonista che come semplice spettatore, con i suoi lustrini ed i suoi squallidi retroscena, con il risucchio del suo consumante e consunto ritmo, col suo inevitabile risvolto amaro.

Un cast di attori eccezionali, dal primo all’ultimo, hanno arricchito una performance ideata per trascendere dal semplice spettacolo teatrale, senza svuotarlo della sua tradizionale forma di spettacolo.

Inutile dirvi che non vi svelerò come mai Michele Cozzolino si ritrova a dover subire un simile assalto mediatico, ed in quale circostanza. Potrete scoprirlo nel caso venga riportato sul palco, e magari non sarà neanche uno spettacolo di Virzì, ma se mai una tipica scena quotidiana, in cui non riuscirete a liberarvi della morbosa curiosità di farvi i cavoli di qualcun altro, senza pudore.

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~ di Gli stregatti di Maria Elena Napodano su giugno 26, 2011.

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