Quanto vi ho Amato

Quando un Paese non riesce a far fronte ad i suoi impegni finanziari, i prestiti che ha ricevuto (che vengono rivenduti sul mercato finanziario grazie allo strumento della “cartolarizzazione”) diventano carta straccia.

Il Paese in questione, quindi, si ritrova ad affrontare due ordini di problemi: il primo è quello del proprio Bilancio, cosa che da secoli si realizza e che non dovrebbe spaventare chi volesse affrontare la responsabilità di un incarico politico. Per quanto arduo ed astruso possa sembrare, infatti, l’amministrazione di uno Stato dovrebbe significare, per l’appunto, spesa e risorse pubbliche, razionalità dell’impiego ed interesse pubblico, pareggio dei conti e manovre finanziarie (più o meno indolori).

Il secondo ordine di problemi per quel Paese sarà invece la speculazione ai suoi danni.

 

Mi ero appena iscritta all’università, quando, nel 1992, Giuliano Amato divenne Presidente del Consiglio per la prima volta. Ero fresca di studi, ricordo i miei primi due esami: Istituzioni di Diritto Pubblico ed Economia Politica.

Non avevo voglia di studiare in verità, il diploma in Ragioneria mi aveva già sovraccaricato di materie tecniche, ma per non venire meno alle aspettative paterne continuai un po’ riluttante il percorso. Risultato: Economia (nello studiare) e Commercio (più trattative con i professori sui relativi voti).

Ricordo che all’università leggevo ancora i giornali. Fu quello il periodo della strage di Capaci e più avanti di Via dei Georgofili, c’era tutto un altro fermento: la società civile voleva essere vigile sull’operato dei suoi amministratori. Il malcostume dell’”illecito arricchimento personale” era ancora marginale rispetto al preminente interesse della collettività. Sul pullman per il rientro a Benevento si parlava dell’idealismo di Nichi Vendola, delle avvisaglie di Mani Pulite, della “cultura di sinistra” e dello sfascio del Fascio.

L’Euro era un’utopia distante, lo stipendio medio di un italiano si aggirava intorno ad 1.600.000 Lire. Era prima delle escort, delle telenovelas da terzo stato, prima delle beghe di corte, prima di un misero tentativo di portare il maggioritario secco a farci scegliere direttamente da chi volevamo essere governati (la legge elettorale successiva al referendum del 1993 mantenne comunque una rilevante quota proporzionale, tradendo le urne). Fu prima dell’annientamento politico di Craxi e dell’avvicendamento a lui di nostro signore Silvio Berlusconi.

 

Ricordarmene adesso mi fa sentire una vecchia bacucca sentimentalista.

Gli spiri nostalgici mi derivano, incredibile a dirsi, dalla recente notizia che riguarda il debito pubblico irlandese, che ha spinto il Primo Ministro Cowen ad accettare prestiti dall’UE per diversi milioni di Euro, per far fronte ai crack delle banche del suo Paese. Strabilianti analogie con quanto accadde al governo Amato, che con le sue riforme ottenne uno dei giudizi più negativi che la storia della repubblica ricordi.

Gli irlandesi (orgogliosi e stizziti) sono incazzatissimi col loro presidente per aver tenuta celata la gravità della situazione finanziaria, dimostrandosi non in grado di affrontarla. Più o meno quello che la nostra civilissima nazione rimprovera al suo presidente… o no? Ah, no.. mi confondo di 17 anni.

 

Mi sono domandata se prima o poi toccherà anche a noi. Mi sono chiesta, cioè, se la crisi finanziaria (ancora lungi dall’aver dimostrato la sua magnitudo) porterà simili conseguenze anche in Italia. Finora abbiamo solo speso meno, per paura di rimanere senza soldi, ed approfittato per non pagare i fornitori, o licenziare personale in abbondanza.

Ma si leggono spesso avvisaglie: chi ci considera tra i paesi più poveri dell’Europa dà per scontato che anche il nostro deficit farà lo scoppio.

Io invece sono una di quelli che continua a credere di no.

In una realtà, che definire nazione ancora sembra impossibile, dopo 150 anni, così eterogenea ed abituata a sopravvivere, dove il burocratismo fomenta il gozzoviglio dell’amministratore pubblico affarista, dove chi governa è più buffone del giullare e buona parte del popolo (accuratamente addomesticato ed asservito da decenni di mirata propaganda mediatica) aspira solo a farsi guidare da chiunque dimostri un qualunque carisma, è impossibile fare pronostici, tanto più se tragici.

Chi non conosce l’Italia non sa, per esempio, che la mia regione (la blasonatissima Campania), grazie al lavoro nero, foraggia ben 43 Ipermercati (fonte: Infocommercio). Per non contare i fondi europei che tornano per un terzo indietro al mittente, a differenza di quanto accade nel resto del Paese dove i soldi (tanti, che GIA’ prendiamo dall’unione Europea) almeno vengono utilizzati.

L’unica forma finanziaria che conosciamo davvero è quella per comprare la televisione, non abbiamo emesso bond sul patrimonio pubblico, per cui almeno per ora non rischiamo di vederci confiscare il Colosseo, mentre l’assurdo e perverso meccanismo del nostro sistema creditizio prevede che, a fronte di un mutuo, tu debba offrire garanzie reali per un valore almeno pari alla cifra che hai richiesto: ecco dunque, che i bilanci delle nostre banche sono ben più solidi di quelli delle colleghe europee, che sono a rischio di volatilizzazione per un semplice, ineluttabile sgonfiamento della bolla speculativa, lungi dall’aver risucchiato le case a chi le aveva già ipotecate prima di comprarsele.

E poi, diciamoci la verità, questa storia del gioco in borsa qui non ha mai attecchito.. l’italiano non ama vedere sfumare banconote in un misero chip, se non è quello senz’acca da brivido di un tavolo verde

Insomma, strozzini e sottopagati, sudditi poco avvezzi a subire il fascino del “sogno americano”, dovremmo essere immuni dal rischio bancarotta, ma non sarà certo la nostra paraculaggine a salvarci.

L’idea oscena che mi sono fatta mi rimanda al succitato Governo Amato, che si assunse la responsabilità di rientrare nei parametri di Maastricht (impegno continuato, in realtà, dal primo Prodi, giacchè Amato non fece in tempo a portarlo a termine ed il primo Berlusconi ne approfittò per rispendere – magari a puttane – quel poco che si era recuperato) ponendo i paletti alla spesa pubblica e alla crescita dei redditi attraverso una striminzita contrattazione collettiva, inasprendo la tassazione dei risparmi, e le imposte in generale (che nessuno ha mai più ridotto), ma SOPRATTUTTO, decretando, d’intesa con l’allora Governatore Ciampi, l’eliminazione dell’obbligo della Banca d’Italia di finanziare con la Zecca il debito del Tesoro.

Credo che così ci abbia salvati dalla fine del Venezuela prima e da quella dei tanti altri paesi finiti, negli scorsi decenni, nel vortice dell’autorisucchio finanziario, previsto dal buon Keynes 100 anni or sono, pur avendo dovuto svalutare la Lira del 20% rispetto alle altre monete dello SME.

Sarà che ero troppo presa, troppo idealista troppo lontana dall’attuale concezione sanguisughiana dello Stato, sarà che allora i politici si giudicavano (e negli altri Paesi si giudicano ancora) per le loro amministrazioni, e non per l’aver inzuppato il biscotto nella mousse delle minorenni, sarà che allora ci si dimetteva per molto meno e, fosse solo per questo, si dimostrava di meritare più rispetto.

Sarà che alle soglie dei quarant’anni si diventa malinconici, non lo so.. ma mi piace ricordare che qualcosa di buono la sinistra in Italia l’abbia fatta.

E scusate la lunghezza, la cui unica causa va di certo addebitata alle argomentazioni, più che alla quantità di fatti.

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~ di Gli stregatti di Maria Elena Napodano su novembre 28, 2010.

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