La Ruzzola di Pontelandolfo

pontelandolfo-0361Se c’è un posto dove l’atmosfera permea di tradizione, amore per la terra, orgoglio dei tipici mestieri, attaccamento genuino ai valori ancestrali, questo posto è Pontelandolfo. Ma devo dire che man mano che si viaggia da Benevento verso Campobasso, nel cuore del Sannio antico, queste sensazioni si fanno sempre più intense e vere, fino a farti capire quanto sei tu, in realtà, ad essere fuori luogo e fuori dal tempo.

La Ruzzola del Formaggio pecorino di Pontelandolfo è una rappresentazione così surreale che sembra uno di quei racconti che si rianimano al rintocco della Mezzanotte, quando gli spiriti degli avi (signori medievali…? Greci… forse perfino etruschi??) popolano i luoghi in cui secoli prima avevano avuto luogo epiche scene, di cui non rimangono che vestigia.

È un gioco antico la Ruzzola, che si vuole iniziato da una sfida che un Barone lanciò ad un uomo del popolo con il quale aveva perso dei terreni a carte. Dice la tradizione, infatti, che le sue vacche avessero continuato a pascolare nei prati da lui persi, spingendo il cipiglioso nuovo proprietario terriero a chiedere che gli fosse reso il formaggio prodotto dagli ignari animali.

Il dialetto di Pontelandolfo è simpatico e caratteristico, lo si parla anche a Waterbury (NY), probabilmente la colonia più popolosa di pontelandolfesi nel mondo (circa 18.000 anime, se ricordo bene). Un meraviglioso villaggio nel quale sono stati riprodotti alcuni dei monumenti più caratteristici dell’originale paese qui, in provincia di Benevento, e dove per indicarti le direzioni usano splendidi intrecci di lingua aborigena e nuovo lessico, tipo: go down that way, abbasc’addo’ my brother, you know? Turn left n’copp’ a ra via, comme da ‘cca ‘a ‘o building, e sei arrivat.

Per cui: il giro d’andata diventa a via r’coppa; e r’ sc’proccul è pontelandolfo-034l’impugnatura di legno che si lega alla pezza di formaggio per lanciarla…e poi le grida, gli incitamenti de r’ vaccarèll, ossia gli spettatori tifosi di ciascuna delle squadre, che ridonano un entusiasmo che sembra impossibile essersi perpetuato intatto, lungo i declamati secoli trascorsi dalle presunte origini del gioco.

Negli occhi di questi uomini c’è l’innocenza di una devozione immutata per le loro tradizioni. Nelle loro voci, nelle loro imprecazioni, nelle loro incazzature, tutto un universo di suoni, immagini e di credo, di sfida, di virilità (o quanto meno di volerla così dimostrare), che non ha nulla a che vedere con l’abitudinarietà dei culti puritani.

Il Carnevale è il periodo del mese dei tornei di Ruzzola per eccellenza, ma nessun emigrante, durante i foltissimi mesi estivi del ritorno a casa, resiste al richiamo dell’ancestrale sfida che porta a nuove competizioni anche nel periodo di ferie.

Noi abbiamo mangiato alla Pignata. Irene Muccilli ci ha preparato una chitarrina lardiata, un pancotto coi broccoli, le tracchiole coi peperoni in agrodolce ed un podolico alla piastra DA URLO, intercalando ai piatti dei veraci aneddoti, raccontati col suo esilarante spirito battagliero, secondo il punto di vista, sempre interessante, di un imprenditore che in altri luoghi, come per esempio in Umbria, sarebbe uno dei tanti, ma che qui è un paladino, quasi un eroe, perché, amare questi posti e questi costumi, in una terra come la nostra, vuol dire quasi sempre solitudine e anche un po’ “martirio”. Dell’anima, si intende.

COME ARRIVARE A PONTELANDOLFO ->

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~ di Gli stregatti di Maria Elena Napodano su febbraio 26, 2009.

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