BUY AMERICAN

Ovvero: come delirare in nome del dio libero mercato.

Di tutti gli articoli che mi è capitato di leggere su questa novità, ossia che il governo americano ha deciso di convogliare gli acquisti interni verso la produzione nazionale, quello che mi ha fatto più cadere le braccia (come direbbe la Venere di Milo) è il pezzo apparso su Libero.

Inutile premettere quanto sia faticoso per un filo-liberista di centrodestra, il Lancillotto della tavola rotonda dei coglioni del Primo Cavaliere, al secolo Vittorio-Fido Feltri (perché è così: il premier ha Fede e Fido) difendere la mera ideologia del libero mercato, né quanto sia allettante fare apologia gratuita contro i comunisti, o quanto sia vero che, su Libero, tutti, ma veramente tutti prendano bastonate, fuorché Silvio Berlusconi… quello che trovo più irritante è che si vada a scomodare lo spauracchio del proibizionismo, nonché le difficoltà del comparto metallurgico americano (che, per inciso, è in crisi da prima degli anni ’80, come ben sottolineava il sempiterno Garfield in “I soldi degli altri”) pur di “andare in fronte” ad un neo-presidente americano democratico, per giunta nero. Ora viene anche fuori, a leggere il pezzo, che BUY AMERICAN è stata un’idea della sinistra radicale.

E poi che minchia c’entra il fatto che le marche americane siano prodotte in Asia? Qualcuno di voi è a conoscenza di qualche marchio “Made in USA” che vende il territorio statunitense come i nostri “pizza sole e mandolino” prodotti nei sottoscala dell’hinterland napoletano, o nei campi agroalimentari, coltivati da cooperative di africani?

Dietro la falsa denuncia di un lontano ed ipotetico risvolto belligerante, nei confronti del resto del mondo, posto in essere, secondo l’autorevole guardiano di Arcore, da uno stato che invece cerca solo di riappropriarsi di un minimo di patriottismo, comunicando che è necessario risollevare l’economia interna, se non si vuole incorrere nel più disastroso degli scenari del meta-globale, si nasconde in realtà una delle più ridicole ed auto-contemplative celebrazioni di un bieco giornalismo di servizio, servizio al potere.

Se qualcuno un giorno dovesse svegliarsi qui al grido di “Accattatavill’ Italiano”, quel qualcuno sarebbe immediatamente turlupinato, accusato di provincialismo, di nazionalismo estremo, magari anche di comunismo, alla stregua di ciò che, evidentemente, è prassi comune nell’informazione di regime. Ma quanti di noi, in realtà, non pensano che un po’ più di amor proprio non guasterebbe al nostro Paese, che disprezza i terroni e grida “Forza Italia” (che ormai si può tornare a dire, vivaddio, dopo la nascita del PdL) sugli spalti?

Almeno lasciate in pace una nazione, quella statunitense, che forse dopo ottanta anni, per la prima volta sta cercando di ricordare a se stessa cos’è un tasso di interesse e cosa diceva l’enciclopedia economica alla voce “cartolarizzazione”, e fate di più, informatevi in proposito anche voi.

Quando e se, quella nazione sarà riuscita, con quel minimo di soldi che le è rimasto da spendere, a ricostruire almeno una capanna, sulle macerie dell’ex-impero di zio Sam, allora ne riparleremo.

Magari anche col ministro Zaia, secondo il quale tutto ciò si capovolgerà senz’altro a favore dell’economia italiana…

bah.

g.s.

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~ di Gli stregatti di Maria Elena Napodano su gennaio 8, 2009.

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