h1

THE SHIELD

Settembre 6, 2009

the-shield

L’unico motivo decente per accendere il televisore ma non il lettore dvd è una serie tv. Ormai è cosa risaputa. In pratica la qualità dei “telefilm” (termine ormai desueto) è tendenzialmente quella del cinema vero e proprio (in alcuni casi è superiore). Sceneggiature accurate, attori dotati, registi coraggiosi, budget adeguati, soluzioni tecniche di prim’ordine creano un intrattenimento che non ha eguali, oggi come oggi.

Mi è capitano di vederne molte, di serie tv, nel corso degli anni. Alcune in modo rigoroso, dal primo all’ultimo episodio, altre a spezzoni.

A volte la qualità andava a braccetto con il successo popolare (Twin Peaks, X-Files, CSI), in altri casi dei piccoli gioiellini rimanevano sepolti dalla polvere dell’indifferenza (Millennium, Carnivàle).

Oggi, tra le tante buone visioni che valgono sempre il tempo speso (Criminal Minds, I Soprano, Dexter, The Mentalist…), ce n’è una che le surclassa per coinvolgimento emotivo: The Shield.

The Shield è un serial poliziesco cupo, realistico, violento, divertente, scomodo, sincopato, martellante come la sigla “Just Another Day” di Vivian Romero lascia presagire. Il protagonista è un intero distretto di polizia di un sobborgo malfamato di L.A., nel quale Shawn Ryan (l’ideatore della serie) ha deciso di tessere una ragnatela di accadimenti che intrecciano omicidi, affari di droga, gang criminali, ricatti, corruzione politica, e naturalmente le vite private dei poliziotti. Tra i quali spicca Vic Mackey (l’attore Michael Chiklis), detective a capo della Squadra D’Assalto, prepotente, rabbioso, venduto, padre di due bambini autistici.

Sette stagioni, ottantotto episodi in totale, un inizio, uno sviluppo ed una conclusione naturale che (chi ha già visto) assicura essere esplosiva e non gratuitamente spettacolare, una scrittura costantemente ispirata, personaggi tratteggiati con eccezionale precisione che subiscono le conseguenze delle loro azioni, una coerenza e una coesione senza eguali.

Mi ero bevuto le prime tre stagioni d’un fiato, qualche tempo fa, staccandomene a fatica come un drogato dalla dose quotidiana. Ora ho ripreso con la quarta e la scimmia è tornata. E intanto sta per partire l’ultima season in italiano sul satellite (AXN Canale Sky 120). Riuscirò a non morire di overdose?

Zio JD

h1

THE MENTALIST

Agosto 25, 2009

the mentalist

Mentalist: sostantivo; chi usa il proprio acume, l’ipnosi e/o la suggestione. Un maestro della manipolazione dei pensieri e del comportamento.

Con questa definizione, piuttosto elegante rispetto al senso comune, è spiegato già nella sigla il significato attribuito al vocabolo che dà il nome alla serie televisiva in arrivo a settembre su Italia 1, promettendo di oscurare tecnologie e scienze mirabolanti che imperversano nei serial più recenti.

In realtà i mentalist sono considerati degli affabulatori, ottimi conoscitori delle tecniche illusionistiche ai danni dei creduloni. Sul dizionario di inglese il termine non è neanche menzionato. Provate a cercare sulla rete, avrete addirittura la possibilità di accedere ai corsi di preparazione per diventare artisti della mistificazione. Altrove vi sarà anche spiegato che il successo delle loro imprese è solo nella vostra mente.

E’ in questa serie che la figura del mentalist viene sornionamente romanzata. Magari, verrebbe da dire, il sesto senso fosse così infallibile.

simon bakerLungi da quante cazzate possiate aver letto su di lui, Patrick Jane è stato definito intelligentemente solo in un modo: una specie di Dr. House, decisamente meno burbero ed impulsivo, ma stronzo uguale, forse più capace di dominare ogni istinto di prevaricazione, dando prova di grande self-control e quindi di forza e carattere.

Ridendo e scherzando risolverà miriadi di casi pressoché istantaneamente (non si capirà mai se: indovinando, osservando con attenzione – come dice lui – o perché sia davvero un sensitivo, come voleva far credere nella sua passata vita di truffatore), senza risparmiare scorrettezze, illegalità, raggiri ed altre bassezze, in nome della suprema causa del bene e della captatio benevolentiae del telespettatore, naturalmente, grazie anche ad un sorriso che farebbe sciogliere una guardia svizzera.

Per grande fortuna dei poveri malcapitati, ad un certo punto della sua vita chiude con un passato (di cui forse saprete tutto, se, avendo fatto le vostre ricerche, vi sarete letti tutti i finali delle prime due serie) che gli ha provocato traumi e ferite praticamente inguaribili, inducendolo a collaborare con il CBI (pure questo ci mancava, ma dopotutto una sigla dovevano mettercela anche loro…) per le indagini nello Stato della California, sempre sperando di poter mettere un giorno le mani addosso a John il Rosso. Vederlo senza sapere niente in merito è stato quasi più emozionante di andare al cinema a vedere Terminator 2 essendo all’oscuro della questione che Schwarzenegger era il buono… e credetemi, io so cosa significa.

The Mentalist è l’evoluzione più originale del profiling confezionato per la TV. La sua simpatia vi catturerà, vi spingerà verso irresistibili tentativi di emulazione, facendo leva sul maniaco onnipotente ed egocentrico che alberga in ognuno di noi, e portandovi a chiudere un occhio – a volte anche due – su una sceneggiatura a tratti imbarazzante (perché lo è…, oh, se lo è!).

Gli episodi non sono ancora stati trasmessi in chiaro, ma questa non è un’implicita ammissione di averli visti scaricandoli illegalmente ai danni di Mediaset Premium – Joy.

E adesso conterò fino a tre, dopodichè vi sveglierete con un’incontrollabile voglia di guardare la serie (soprattutto il flashantissimo Pilot), dimenticando di aver letto questo post, in particolare gli ultimi due capoversi.

Uno, due, tre, SNAP.

the man who knows

PER NOTIZIE SULLA SIGLA DI “THE MENTALIST” CLICCATE QUI:

http://www.thementalist-italia.com/news/sigla-di-the-mentalist/

SARESTI UN ABILE MENTALIST?

fai il test qui–>!

h1

Nessuno a Guardia (di Taurasi)

Agosto 14, 2009

Si è conclusa da poco Vinalia, una delle rassegne enogastronomiche più guardia 078importanti della provincia di Benevento. Impossibile non notare l’illustre assenza delle principali aziende vitivinicole dell’area.

Probabilmente non hanno cambiato mestiere, fanno ancora vino, eppure lì non c’erano.

Personalmente mancavo a Vinalia da diversi anni. Non so da quanto vada avanti questa “latitanza”, e senza nulla togliere alle realtà presenti alla fiera, alcune delle quali più in forma che mai, come prelibatezza dei vini e freschezza di idee, devo pur dire che, mai come stavolta, quell’aglianico mi ha lasciato un po’ di amaro in bocca!

Contemporaneamente arriva la notizia che è stata annullata la Fiera di Taurasi. Qualcuno, come Luciano Pignataro, è insorto. Gli scribacchini delle testate locali hanno per lo più preferito pappagallare come meri megafoni le motivazioni ufficialmente addotte dalle istituzioni: il Decreto sulla Sicurezza ci impedisce di somministrare bevande.

Non bisogna essere Luciano Pignataro per capire che qualcosa non torna, anche se nessuno di noi ha la minima intenzione di approfondire quali annose e stra-note tipologie di vicende possano aver condotto a tutto questo. Tanto più che tutt’intorno la Regione ed il Paese continuano a pullulare di manifestazioni analoghe, avendo i sindaci la piena facoltà di derogare, ma già arrivano notizie di altre illustri defaillance…

guardia 063Mentre passeggiavo per il centro storico di Guardia Sanframondi guardavo la gente divertita, con i calici riposti nell’apposito taschino messo al collo, pronti a tirarli fuori per i meritati assaggi, offerti ad un prezzo, tuttora talmente accessibile da risultare ancora più invogliante.

I due universi paralleli, dei meccanismi sempre più impenetrabili di mancati accordi, da una parte, e di noi “gente normale” che continua a partecipare a ciò che di buono ci procurano dalle alture dove certe organizzazioni si mettono in moto, dall’altra, continuano a percorrere le rispettive strade con reciproca indifferenza.

Non sono molte le orecchie realmente tese all’ascolto di ciò che accade dietro i sipari delle decisioni prese, per cui sono le associazioni, fondamentalmente, a promuovere appelli, a fare domande scomode, a tentare delle risposte, ridicole a volte, ma pur sempre a connotazione di un’insofferenza che non dovrebbe essere di pochi.

E non importa se qualcuno ha deciso di non partecipare quest’anno, o se uno degli appuntamenti più importanti del gozzoviglio legalizzato salta per motivi a dir poco imbarazzanti. Gli individui, i singoli elementi delle comunità, si limitano ad usufruire, laddove ancora possibile, senza neanche domandarsi perché sia stato fatto così, o deciso come, nel rispetto del peggiore dei paradossi partoriti dalla nostra società: una massa inerme che si auto-imbavaglia, una minoranza di contestatori intellettuali poco avvezzi alla rivoluzione, un manipolo di cronisti prezzolati, ed un immenso volume d’affari gestito dall’oligopolio dei nuovi aristocratici della politica.

A quando la tassa sul gusto e sul piacere?

h1

Senza famiglia (e senza casa)

Luglio 21, 2009

iduevolti di gomorra

Mia nonna mi raccontava di essere insegnante di economia domestica, da giovane. Le buone pratiche del risparmio e dei giusti investimenti in casa si imparava a scuola, per far quadrare i conti.

Oggi a Napoli le case famiglia non ne possono fare più, di conti. Chiudono e basta. Si parla ufficialmente di già 3.000 ragazzi (censiti perché in qualche modo già avviati al recupero, ma quanti ce ne saranno ancora là fuori?) per i quali la Regione Campania aveva preso l’impegno di “occuparsene”.

A Napoli l’emergenza criminale ormai è degenerata in cancro. Qualche tempo fa il Tg2 (e molto tempo prima lo avevano fatto Le Iene) ha fatto un giro per queste strutture, ha intervistato i ragazzi: non vogliono tornare a rubare per campare. Sono figli di ladri, prostitute, assassini, tossicodipendenti, tutti senza un lavoro legale, tutti almeno con un precedente, tutti irrimediabilmente feriti dal male che hanno commesso e ricevuto.

Non sanno dove andare, ma sanno dove andranno a finire, senza le loro comunità, che ormai cadono una per una sotto il peso insostenibile dei debiti accumulati: verso i fornitori, verso i dipendenti, verso le utenze, forse anche verso il padreterno. Colpa dell’irrimediabile: il disastroso (si dice) ed imponderabile baratro dei conti pubblici, per il quale la Regione Campania (che novità) non strizza lo straccio di un soldo da tre anni.

Se la politica lo permette, significa sostanzialmente che è questo, ciò che vuole. Se è vero che la P2 intendeva dirottare le coscienze della popolazione italiana lungo un percorso superficiale e governabile, servendosi delle tette di Tinì Cansino in televisione, non sembra da meno il governo della Regione ed il suo Consiglio, presieduto da Nostra Signora di Ceppaloni, che continua a dispensare consulenze e soldi per feste a destra e manca, dimenticando in quale capoluogo si trovi la poltrona dove posa il suo delicatissimo e statunitensissimo didietro.

Del resto, si sa, l’illegalità non è più illecita nel nostro Paese. Anzi, più larga è la maglia delle leggi che ormai ognuno si auto-produce, più è facile passarci, per tutti. E a tutti fa comodo così.

Per altre notizie:

Le Iene

www.corriere.it

TG2 Costume e società

http://informatisubito.myblog.it

http://www.dirittominorile.it

http://www.ansa.it

http://fraba.splinder.com

http://vivacampaniaviva.blogspot.com

h1

Yes We Camp

Luglio 8, 2009

ansa162144020807123324_big

Questo slogan riassume la sagacia, la tenacia e l’ironia degli abruzzesi, anche di fronte ai disastri.

Gli umori sono divisi tra il disfattismo ad ogni costo e la felicità di esserci ancora, ma anche chi protesta in maniera più chiassosa, ha delle evidenti ragioni dalla sua parte.

Discostandoci per un momento da chi non ha meglio da fare che stare lì per il G8, per poi sbaraccare le sue tendopoli sponsorizzate da spuri fini politici, probabilmente tutta questa sommossa ha due pratiche ragioni: le promesse ed il rimbombare di cifre (anche se raccolte con iniziative di solidarietà).

Qualcuno deve spiegare a queste persone come mai in Irpinia non è ancora finita la ricostruzione (e Dio ci scansi dall’eventualità di seguirne l’iter…) mentre in Abruzzo il tutto dovrebbe avvenire in massimo due anni.

Le cifre: ma nelle mani di chi, andranno o sono già andati questi soldi? Come si adopereranno? E soprattutto: chi lo deciderà?

Se non fosse stata bombardata da questi due tormentoni, forse la gente non avrebbe reagito in questo modo, soprattutto in occasione dell’ultima decina di giorni a giugno, quando il decreto doveva essere approvato. Ed ora la ricostruzione è legge, così come è stata approvata, a noi le belle cose.

Qui di seguito ci sono le motivazioni del movimento “Yes, we camp!”, a ognuno il suo giudizio. Ma per non dimenticare un popolo così forte ed orgoglioso, va bene, a nostro parere, anche questo.

Yes, We Camp! è il grido di denuncia della gestione scellerata dell’emergenza post-sisma.
Per la prima volta nella storia recente dei terremoti dopo tre mesi la popolazione è ancora sotto le tende e ci dovrà stare, secondo i piani del Governo, ancora per molto.

Yes, We Camp! per smascherare le menzogne e le mancate promesse del presidente del consiglio. Dopo tante parole nessun fatto. I provvedimenti sono del tutto insufficienti, i soldi stanziati troppo pochi.

Yes, We Camp! per urlare tutti fuori dalle tende, ora! Si requisiscano le case sfitte o invendute, si installino container, roulotte, casette di legno. Nei campi la popolazione è stanca e i più deboli, in particolare gli anziani, muoiono ogni giorno di più.

Yes, We Camp! per affermare che tutti gli aquilani debbono tornare all’Aquila. Non si pensi a settembre di sistemare un solo abitante fuori dal proprio comune, in alberghi della regione. Ci opporremo a questa deportazione con ogni mezzo necessario.

Yes, We Camp! per constatare che si sono persi inutilmente tre mesi: nessuna opera di ricostruzione, solo lavori per il G8.

Yes, We Camp! per denunciare il processo di devastazione ambientale e sociale del nostro territorio perpetrato mediante il piano CASE. Non vogliamo una grande new town diffusa!

Yes, We Camp! per informare tutto il mondo del processo di militarizzazione e confisca degli elementari diritti costituzionali nei campi: di informazione, di riunione, di espressione.

Yes, We Camp! vuol dire 100% ricostruzione, trasparenza, partecipazione. Noi cittadini vogliamo essere gli artefici delle scelte che riguardano il nostro futuro. Non accettiamo decisioni prese dall’alto che non hanno a cuore al bene del territorio ma vanno a beneficio delle solite clientele e speculazioni.

Yes, We Camp! è la nostra ironia per dire a tutti che siamo vivi e determinati a difendere e far rinascere la nostra Terra.
Spente le luci accecanti della ribalta internazionale, rimarrà la targa ancora intatta all’ingresso del Castello dell’Aquila.
La apposero i dominatori spagnoli nel cinquecento e recita: “ad reprimendam audaciam aquilanorum”
.

h1

Addio Michael

Luglio 2, 2009

Non è necessario essere suoi fan sfegatati per riconoscere che ha segnato un’epoca, in un modo o nell’altro.

Chi lo seguiva (anche distrattamente) ha potuto comunque ballare con lui, cantare con lui, imparare l’inglese con lui, vestirsi e svestirsi kitch con lui, comprare il primo disco i cui proventi siano stati devoluti in beneficenza, atterrirsi di fronte ad un impero di sabbia crollante sotto i colpi delle fragilità umane e fisiche di chi lo ha costruito.

Globale, entusiasmante, indimenticabile.

Su Webdesigner Depot una bella iconografia dedicata a colui che passerà alla storia come il “Re del pop”.

Grazie che esisti, Pop.

h1

Per fermamme

Giugno 23, 2009

San Demetrio Nei Vestini (L’Aquila)   23/6/09

Siamo ormai ad  oltre due mesi dal sisma impressionante che ci ha colpito e proprio ieri sera, per non dimenticare, un’ulteriore scossa di assestamento si è fatta fortemente sentire facendo ripiombare tutti, almeno per poco, in momenti di paura e smarrimento.

La forza di chi, come me, e ce ne sono tanti, non ha abbandonato, non ha ceduto un passo e velocemente ha ripreso la propria attività fra mille difficoltà e peripezie – si peripezie perché provate a fare le cose usuali senza più le usuali strade e con banche ed uffici spostati e con mille mezzi della protezione civile che per fare il loro benedetto (e grato) lavoro, creano però ulteriore traffico nelle strade- tale forza si evince anche dal primo capoverso dello scritto che segue, dove c’è una sorta di sfida al terremoto, forza che vedo in tanta gente operosa intorno a me.

Tutti ci sono stati vicino anche se devo sottolineare i messaggi ricevuti dall’Irpinia/Campania dall’Umbria e dal Friuli, ci/mi hanno dato forza e volontà per riprendere il corso normale delle cose pur tra tante dette difficoltà.

Forse per superare questi momenti è stato anche necessario esorcizzare quanto accaduto, cercare di non pensare alle tante persone morte ed ai tanti in mille difficoltà e gettarsi con vigore nella propria attività , per me in particolare ringraziando Dio di non aver avuto gravi danni e lutti.

Ciò lo facciamo anche ridendo e scherzando su un fatto grave, cogliendo aspetti che chi ha postato sul web questa nota ha colto con grande precisione.

Riporto lo scritto di F. Giuliani  che pur in un Aquilano stretto credo sia facilmente comprensibile , ho solo aggiunto in alcuni passi le interpretazioni di alcune parole che credo potessero essere più difficili, mentre alcune espressioni colorite penso si traducano facilmente da sole.

Il finale è forse più un grido liberatorio e la voglia di fatti, cone meno parole e vetrine TV.

Buona risata a tutti.

AB

Ju Tarramutu ….

“Pe fermamme, ju tarramutu. me tà ccjie. Kjù fa ju strunzu, kjù ‘ndsosto (1) . Se solo sapesse come se smorza ji farria vede. Tengo solo trova addò cazzo hanno missu ju bottò. Se me la spalla la casa, la refaccio. Pure senza sordi, co lle sputazze (2) , ma la refaccio. Anzi me ne faccio una bassa e co le tavole cuscì vojo vedè  proprio come se mette.

Tengo solo la paura che me frega. Perché non è che se la pija solo co mmi. Se la pija co tutti quii che trova. Pìccoli e rossi. (3). Pure co ji vecchi che ggià non ne poteano kjù. Quiji ggià steano stracchi. E non va bbona. Noje ne te kjù de tribbolà. Ha cciso na frega de quatrani che non   c’entreano nà mazza. Che manco erano aquilani, ma ja ccisi ugnale. A che servea tutta sa carneficina lo sa solo jissu.

Po te ta vede tutta ssa ggente che te guarda e pare che te jice: “ma coma cazzo le sete fatte  sse case? Nojiatri le tenemo antisimiche”. Pure pe tilìvisiò te Ilo icono.

Antisimiche ju cazzo che vve frega!

So kjù de trecento anni che non se sentea manco na scettacata (4) e mo me vengo­no a di che lo sapeano tutti. Ma che sapeate? Chi ve ll’era ittu?(5) Che teneamo fa? Ji bunker?

Po me vengono a racconta che: “Era una scossa di media intensità, 6,3 della scala Rìchter. Non sarebbero dovute cadere tutte quelle abitazioni! E’ indice di poca attenzione alle regole”. Ma dico ji: “Ma addò ju teneate ssu’ misuratore de tarramuti. Appiccato co ji prosciutti !  “Ma se ss’è aperta la terra che appocatro se ‘gnotte tutto (6) “, Pe piacere! Onna l’ha spianata sana sana e Monticchiu, che sta a cinquecento metri e che tè le case pure più vecchie sta loco che manco se ne so accorti!!

A mi me ss’è aperto ju cascittu de ju bagno addò tengo ji ferri pe tajamme l’ogna (7) e j sso retroati dentro aju lavandino. E ju casciitu era quiiu bassu!. Me l’ha revordecata tutta la casa. A cognatemo, che sta a San Demetrio, no ji se so cascate manco le fotografie sopra a ju commodino e a Villa Sani ‘Angelo che sia loco attraverso ha fatto ne frega de morti .

E ‘ come tutte le cose: a chi tanto e a chi gnente.

Però è chiara na cosa sola: che non ci capite una beata mazza.

Ssi strumenti che tenete addopreteje pe facci quacche atra cosa. Altru che “sabbia nelle costruzioni”. Ha fatto na sorte de botta che appocatro se cascano le stelle no de “media intensità “, L’intensità, a certe parti, ci stea tutta quanta. Ma se sse so cascati pure gjì alberi. Stu ggiru è toccato a nojatri ma non è che potete sta tanto pricisi manco vojatri.

Allora mò se semo ‘mbarati. Semo diventati tutti “esperii in terremotologia applicata”.

Applicata perché so’ tre mesi che ropp’ju cazzu tutti li jorni e semo fatta pure la classifìcaziò de ju tipu delle scosse. Atru che Mercalli e Richter!

Mo ve la jico : ju tarramutu se reconosce pe quantu trojaio fa (8) :

  1. 1. Essiju; 2. bottarella; 3. Bella botta; 4. sileppa: 5. slenghera; 6. saraga; 7. petenga; 8. ‘ngulallazia.

E quando le sete passate tutte come nojatri ve potete presenta a fa ji esperti., media intensità :

“Ma jeteaffangulo”.

(Fulvio Giuliani AQ)

1- ‘ndosto    : più divento duro e non mollo

2- Sputazze  : “con lo sputo” intendendo anche con niente semplicemente

3- Rossi       : si intende grossi

4- Scettecata : piccola scossa

5- Chi ve ll’era ittu?  : Chi ve l’aveva detto ?

6- appocatro se ‘gnotte tutto : a momenti si inghiotte tutto

7- ogna : unghie

8- essiju  : eccolo arriva

le altre diciture sono tipi sempre crescenti di colpi o botte , con l’ottavo grado è una espressione “colorita” di chi s’impressiona .

h1

Ad Maiori

Maggio 31, 2009

Maiori è uno di quei posti che profuma di resina di palma, di dopobarba retrò che qualche anziano ha indossato per la sera, di violetta, di pesce, di forno, di limone.ad maiori 038

Le fontane dei giardini di Palazzo Mezzacapo zampillano delicatissime, mentre le vasche intercomunicanti che le contengono sembrano scambiarsi racconti freschi di vita.

C’è il teatro in strada, stasera. Salvatore Cantalupo si aggira per le strade in attesa che arrivi l’ora dell’entrata in scena. Cammina trastullandosi (ma non troppo)  tra gli sguardi curiosi di chi lo riconosce (molto di più, da Gomorra in poi) e quelli di chi pensa Oddio, quant’è basso questo..

A Maiori c’è un molo che io per definizione do per mio.

Si protende verso la piccola Baia tra Salerno ed Amalfi, e i pescatori lo affollano sperando che il pesce abbocchi. D’inverno, invece, i flutti si infrangono sul blocco di cemento provocando schizzi per quattro o cinque metri di altezza.

La prima volta mi ci ha portato un prete.

Per arrivare a Maiori bisogna fare diciassette chilometri di curve a esse, ma per esse si intende una serpentina continua che avvince chi ama guidare e snerva chi no. In una di quelle curve, mi disse di guardare giù, e di concentrarmi sul suono che fanno le onde sbattendo su scogliere impenetrabili.

Io adoro il rumore del mare, ma non credo che glielo avessi mai detto.

ad maiori 006

E insomma, a Maiori c’è il mio molo. Da allora torno lì ogni volta che ho bisogno di usarlo come rampa di lancio per i pensieri stressanti. Guardo il mare e mi sembra di spararglieli dentro come siluri, mentre il suono della schiuma che si forma sui sassi mi dà l’idea di un malessere che sfuma.

ad maiori 010Io adoro guardare il mare, non so se l’ho già detto.

Accovacciata sugli scaloni aspetto che il mondo alle mie spalle sprofondi, e quando sono imperturbabilmente certa che più niente di quello che mi sono lasciata dietro potrà ferirmi, mi alzo e torno indietro.

Addentrandosi nel corso principale lo scenario cambia completamente. Costellazioni di souvenir sulle mura dei venditori, vicino a paia di scarpe in svendita, si estendono a perdita d’occhio. L’insenatura montuosa tira il collo tra le case più alte, sottolineando la sua altezza a dispetto dei dispetti della prospettiva. La gente porta in giro gli animali, c’è uno che tiene legati al guinzaglio due furetti…ad maiori 044

A Maiori il parcheggio costa un euro e cinquanta l’ora nei giorni feriali, tre euro un quelli festivi e pre-festivi. Ci sono i lidi attrezzati, gli americani, un grosso scolatoio interrato al centro del paese, che qualcuno ha pensato bene di coprire con un reticolato intrecciato di profumati oleandri fucsia, d’altronde siamo in provincia di Salerno.

Speriamo che funga.

COME ARRIVARE A MAIORI ->

h1

I beneventani e il Megaparcheggio

Maggio 24, 2009

Multilivello, 540 posti auto, comodo, ben congegnato. A cento metri hai: centro, negozi, chiese, monumenti. Esattamente sopra: i principali uffici comunali, di fianco: un posto dove sguinzagliare libero il tuo cane, tutto questo alla modica ed accessibilissima (per ora) tariffa oraria di un euro o giù di lì.

Avendo frequentato tanti posti (civili) e girato un po’ il mondo, ho visto come funziona quando si parcheggia in analoghi posti: si effettua il pagamento alla cassa, si ritira lo scontrino, dopodiché si ha circa mezzora per riprendere la propria vettura, uscendo senza provocare disagio alcuno.

Il beneventano medio, invece, ritiene forse superfluo pagare prima e prendere la macchina successivamente. Sarà per ignoranza (della legge, s’intende), o per scarsità di approfondimento dell’educazione civica a scuola, ma egli (o ella) preferisce piuttosto prendere prima la macchina, parcheggiarla ad un metro dalla cassa automatica (in una zona ad accesso riservato agli abbonati) o meglio ancora (come ben si può vedere dalle foto) davanti all’obliteratrice dell’uscita, scavalcare come una furia gli appositi foto0032ostacoli interposti da un qualche maniaco delle regole, tra la suddetta obliteratrice e la cassa automatica, scapicollarsi a tornare indietro perché i dieci centesimi mancanti sono rimasti nel portaoggetti dell’autovettura testé lasciata a bloccare il transito in uscita, quindi tornare alla cassa, aspettare impazientemente che rilasci in un interminabile nanosecondo l’agognato scontrino, rientrare galoppante e sudante verso il posto guida e finalmente infilare il tagliando nell’apposita fessura e uscire.

Ecco cosa accade invece in un posto qualunque, che può essere Siena, come Milano, Roma o qualunque altra città in cui si è consapevoli, che vivere con altre decine e/o centinaia di migliaia di persone comporta un minimo di limitazione alla comodità personale. Innanzitutto la cassa è ai piani superiori, non davanti l’uscita, per cui non potrai mai avere la tentazione di risalire le scale lungo il tragitto pedonale, per portarci la macchina davanti.

Poi ci sono anche le casse manuali, dove esseri umani della stessa specie dell’automobilista parcheggiatore eseguono la stessa operazione delle macchine, però dal vivo, e non si limitano, come accade a Benevento, a girare la faccia davanti alle patetiche scene di cui sopra, o a rispondere “dall’altra parte!” quando qualcuno si avvicina per pagare. Si, perché, tra il finto guardiano del megaparcheggio di Benevento ed il suo collega automatico (dalle funzioni ben più vitali), c’è un angolo di novanta gradi, ricoperto lungo le semirette che si incrociano dandogli vita, da due pareti che misurano, tra il custode ed il diavolo di marchingegno, non più di dieci foto00331metri.

Di chi è la responsabilità, quindi, se per uscire dalla mirabolante struttura, chi ha pagato civilmente il parcheggio deve effettuare una gimkana tra i relitti dei suoi colleghi piloti, scaricati in malo modo nei cinque metri di rettilineo che separano la sua auto dallo stimato traguardo dell’uscita?

Di chi permette che la cassa luminescente di incivili tentazioni stia a pochi metri dalla dipartita, o di chi ne approfitta a scapito della tapina r-esistenza di chi si ostina a rispettare le regole?

Ai poste(ggiato)ri l’ardua sentenza.

h1

Impossibile

Aprile 20, 2009

Matteo ha sempre avuto il suo piccolo codazzo di fedelissimi di un divo poco trasgressivo. L’avrete visto, durante la finale di X-factor, imitare le movenze di Freddy Mercury, ricalcando a mano con precisione chirurgica i tratti epici del compianto Great Pretender.

Bravo Morgan, che anche in questo caso ha saputo miscelare pillole indorate, polpettoni e un po’ di Queen per intortare il pubblico. E mettere a dura prova le ghiandole salivari di tutte noi…

Impossibile non notare come non sia mai stato in ballottaggio. Impossibile non notare che ha impazzato (da buon novello Hugh Grant di “scrivimi una canzone”) tra il disilluso pubblico di impiegate attempate, con i sogni infranti dalle strilla ultrasoniche di una media di tre figli a carico. Impossibile non notare che ha una bella voce, che l’eliminazione di Noemi ad opera di (questa volta sì) quell’arpia di Mara Maionchi lo ha facilitato di molto, che la sua voglia di riscatto abbia tirato fuori il cantante deluso che alberga in ognuno di noi, spingendone molti a votare per lui.

Quello che fa specie è esserci rimasti malissimo per i The bastard sons of Dioniso, unica vera colonna sonora originale di un X-factor un po’ appiattito rispetto alla scorsa edizione: dove sono finite le rivalità di genere nutrite da Simona Ventura per le ragazze che tentano la fortuna nel mondo dello spettacolo? E la riluttanza della Maionchi per la popolarità? E la conturbante inquietudine del Pirata Marco Castoldi (a proposito, Morgan: del fatto che ti sei messo con una bionda insipida e banale, che chiunque, guardandola, può pensare che ti sei scimunito per una che non è l’unghia della più brutta delle tue fan, ne parliamo la prossima volta >| )…?

Vi sembra giusto aver impedito di cantare inediti di autori famosi e togliere così la possibilità, iniquamente, a qualcuno di replicare le fortune di quella crivella-orecchie di Giusy Ferreri? E vogliamo parlare del rapido e (per fortuna) indolore passaggio degli Aram, che pure avevamo tanto amato, ma che in un anno sono stati capaci di scrivere soltanto “amo il pericolo di essere libero”?

L’amor carnale” dei Bastardi è invece un pezzo spumeggiante, autoironico, che una volta tanto sa rendere l’immagine autentica di tre adolescenti flippati nei loro piccoli enormi drammi da necessità di crescere, nell’indecisione tra il sapere di essere uomini e non sapere come dimostrarlo.

Molto più commerciali dei Cluster (che invece non durarono che poche puntate, lo scorso anno) avrebbero meritato la consacrazione di un contratto discografico corposo, anche per premiare chi li ha sostenuti come un fantastico ibrido tra un punk certe volte insostenibile ed il bisogno di ascoltare musica diversa anche in radio. Se diciassette di quelli che li avrebbero votati ma non l’hanno fatto, si fossero comportati diversamente (Matteo ha vinto con uno scatto di sedici voti…!), adesso non staremmo qui a far girare la scimmia.

Invece ci tocca sentire che il vero X factor ce l’ha Matteo…che dire? Ci ha spesso rotto le palle con quella sua saccenza da esperto incantatore, con le sue lamentele per le basi cambiate e la sua spocchia da Vostra Altezza di un par di bottoni. Eppure ha vinto lui.

Non rimane che da chiedergli: Matteo, dicci, tu davvero credi che tra un anno staremo ancora parlando di te? Che il contratto con una major vada oltre quello che, ahinoi, sarà il tuo tormentone estivo? Pensi davvero che, senza te, o con te, non sapremo vivere?

…Impossibile.