Chi di crisi parla e chi di crisi vive

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Esiste nella provincia di Benevento, un numero notevole di persone che praticano un’agricoltura di piccola scala, dimensionata sul lavoro contadino e sull’economia familiare, orientata all’autoconsumo e alla piccola vendita diretta; un’agricoltura di basso o nessun impatto ambientale, fondata su una scelta di vita legata a valori di benessere o ecologia o giustizia o solidarietà più che a fini di arricchimento e profitto; un’agricoltura quasi invisibile per i grandi numeri dell’economia, ma irrinunciabile per mantenere fertile e curata la terra soprattutto in zone economicamente marginali. Per mantenere ricca la diversità di paesaggi, piante e animali, per mantenere vivi i saperi, le tecniche e i prodotti locali, per mantenere popolate le campagne e la montagna è necessario riconoscere a chi vive questi luoghi tutela e garanzie nuove. Nell’estremo capo est della provincia di Benevento, nel Fortore, in una delle aree più marginali, resiste ancora un’agricoltura sana che rischia di scomparire sotto il peso delle regole del mercato globale, che hanno chiuso le porte alla contadinanza di piccola scala che ha a disposizione solo un”mercato di piccola scala” per i suoi prodotti. Si vuole far cessare di esistere l’agricoltura contadina e i contadini , sostituiti dagli imprenditori agricoli che vivono anche grazie ai finanziamenti della comunità europea. Il contadino del Fortore che è anche allevatore, è incline ad un modello nuovo di agricoltura sostenibile e non per nostalgia, ma perché ciò rappresenta il proseguo fisiologico delle sua stessa esistenza. Infatti l’agricoltura industriale attuale ha dato fin troppo prova di essere un insuccesso quasi totale. Pensiamo solo alla carenza di cibo nel mondo dovuta in gran parte alla importazione di derrate alimentari dai paesi più poveri a quelli più ricchi che sono incapaci di essere autosufficienti sul piano della produzione agricola interna, Italia compresa.

Pensiamo alle continue scoperte di cibi posti in vendita già avvelenati o adulterati (carni alla diossina, cereali ammuffiti, influenza dei polli, latte alla melamina solo per citare quelli successi e i più noti dell’ultimo anno) che sono il risultato dell’agricoltura industriale. Ad aggravare la situazione di queste popolazioni vi è l’isolamento, inteso non solo nella sola eccezione spazio temporale, bensì nell’incapacità di instaurare dei meccanismi auto propulsivi capaci di fare sistema. In un economia delle reti, nessun luogo dovrebbe essere lontano e se ciò accade, è necessario indagare ed attribuire le giuste responsabilità.

La fondazione Slow Food per la biodiversità onlus, attraverso i Presidi, si occupa del rischio di estinzione, reale o potenziale di alcuni prodotti frutto di saperi che si sono tramandati nel tempo. Il legame alla memoria e all’identità di un gruppo è uno dei requisiti determinanti per la nascita di un presidio, inoltre i prodotti dei Presìdi Slow Food hanno motivo di esserci in quanto legati a un’area specifica da un punto di vista ambientale, storico e socio-economico.

A Castelfranco in Miscano, piccolo centro rurale del Sannio, il caciocavallo rappresenta una produzione legata alle tradizioni e alla storia del territorio, sorge al confine della provincia di Benevento con quella di Foggia e Avellino, dove la contaminazione di tante culture si è determinata grazie ai collegamenti con il Regio Tratturo Pescasseroli Candela. Dopo la nascita della comunità del cibo del caciocavallo di Castelfranco in Miscano, l’obiettivo degli allevatori castelfranchesi è condividere un percorso che porta di nome di Presidio del caciocavallo di Castelfranco in Miscano.

La visita di Piero Sardo Presidente per la Fondazione Biodiversità onlus e Francesca Baldereschi, ufficio presidi Slow Food Italia alla piccola comunità di Castelfranco in Miscano, fortemente voluta dal Governatore regionale Gaetano Pascale, rappresenta l’inizio di un percorso di tutela e valorizzazione dell’area da parte di uno degli attori più importanti a livello internazionale della biodiversità.

mgm


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