Archivio per la categoria ‘No comment’

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Non gli si consenta

Ottobre 13, 2009

tod-rod-flandersMi piacciono le parolacce. Le dico quando ho bisogno di sfogare per accentuare e sottolineare il concetto. Le dico in pubblico, quando mi inalbero, le dico in privato, quando sbatto l’alluce del mio piede contro il piede del letto, le dico in famiglia, dove riesco sempre a generare un candido e spettrale silenzio di imbarazzo. Le dico mentre guido, quando mi si taglia la strada col motorino.

Sono fortunata a vivere in un Paese moderno, in cui oltre ad usufruire della depenalizzazione di reati che hanno la sola funzione di ingombrare il codice di procedura, oltre a poterti consentire un’escort a poche lire nonostante la tua carica (perfino gli affitti, si pagano più cari in caso di attività professionale), oltre a ricevere i colleghi istituzionali nell’accogliente cornice (privata) della tua villa ad Arcore, finalmente puoi anche ovviare all’abitudine al decoro.

Non mi preoccupo più di non dover insegnare ai miei figli che quella parola non si dice: è libertà! Posso finalmente insegnare loro tutte le parole che iniziano con caz-, str-, bast-, zocc-, putt-, o, per l’appunto, sputt-.. tanto le dice il Presidente del Consiglio, quindi possono farlo tutti.

A margine dell’evento-spettacolo-recital di Pietrelcina e Benevento, gli esponenti locali del PDL, o almeno coloro che hanno deciso di farne parte, hanno rilasciato una serie di interviste in cui hanno preferito, ostinatamente, non glissare sul fatto che il loro sputtanato presidente vada a puttane, parlandone invece con fare convinto e rimarcando di voler prendere le distanze dalla D’Addario perché… “non tutte siamo così”!!

Che razza di difesa è? Se fosse stato il mio avvocato, l’avrei linciata facendole ingoiare le sue parcelle.

In più si dice che Berlusconi si sia preventivamente scusato, prima di dire la parolaccia dell’anno (che risalta alla grande in tutti i titoli giornalistici, con entusiasmo dei redattori, ma forse non dei lettori..), ebbene, come è facilmente dimostrabile dal video, ha detto solo “se mi si consente il termine” facendo seguire senza alcuna esitazione ciò che avrebbe comunque detto.

Ci lasci solo dire, caro Presidente, che se ne avessimo avuto modo, probabilmente non lo avremmo consentito. Anche se, dopotutto, Lei non ha mica bisogno dell’aiuto della stampa… sa benissimo (mi si consenta il termine) sputtanarsi da solo.

G.S.

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BUY AMERICAN

Gennaio 8, 2009

Ovvero: come delirare in nome del dio libero mercato.

Di tutti gli articoli che mi è capitato di leggere su questa novità, ossia che il governo americano ha deciso di convogliare gli acquisti interni verso la produzione nazionale, quello che mi ha fatto più cadere le braccia (come direbbe la Venere di Milo) è il pezzo apparso su Libero.

Inutile premettere quanto sia faticoso per un filo-liberista di centrodestra, il Lancillotto della tavola rotonda dei coglioni del Primo Cavaliere, al secolo Vittorio-Fido Feltri (perché è così: il premier ha Fede e Fido) difendere la mera ideologia del libero mercato, né quanto sia allettante fare apologia gratuita contro i comunisti, o quanto sia vero che, su Libero, tutti, ma veramente tutti prendano bastonate, fuorché Silvio Berlusconi… quello che trovo più irritante è che si vada a scomodare lo spauracchio del proibizionismo, nonché le difficoltà del comparto metallurgico americano (che, per inciso, è in crisi da prima degli anni ’80, come ben sottolineava il sempiterno Garfield in “I soldi degli altri”) pur di “andare in fronte” ad un neo-presidente americano democratico, per giunta nero. Ora viene anche fuori, a leggere il pezzo, che BUY AMERICAN è stata un’idea della sinistra radicale.

E poi che minchia c’entra il fatto che le marche americane siano prodotte in Asia? Qualcuno di voi è a conoscenza di qualche marchio “Made in USA” che vende il territorio statunitense come i nostri “pizza sole e mandolino” prodotti nei sottoscala dell’hinterland napoletano, o nei campi agroalimentari, coltivati da cooperative di africani?

Dietro la falsa denuncia di un lontano ed ipotetico risvolto belligerante, nei confronti del resto del mondo, posto in essere, secondo l’autorevole guardiano di Arcore, da uno stato che invece cerca solo di riappropriarsi di un minimo di patriottismo, comunicando che è necessario risollevare l’economia interna, se non si vuole incorrere nel più disastroso degli scenari del meta-globale, si nasconde in realtà una delle più ridicole ed auto-contemplative celebrazioni di un bieco giornalismo di servizio, servizio al potere.

Se qualcuno un giorno dovesse svegliarsi qui al grido di “Accattatavill’ Italiano”, quel qualcuno sarebbe immediatamente turlupinato, accusato di provincialismo, di nazionalismo estremo, magari anche di comunismo, alla stregua di ciò che, evidentemente, è prassi comune nell’informazione di regime. Ma quanti di noi, in realtà, non pensano che un po’ più di amor proprio non guasterebbe al nostro Paese, che disprezza i terroni e grida “Forza Italia” (che ormai si può tornare a dire, vivaddio, dopo la nascita del PdL) sugli spalti?

Almeno lasciate in pace una nazione, quella statunitense, che forse dopo ottanta anni, per la prima volta sta cercando di ricordare a se stessa cos’è un tasso di interesse e cosa diceva l’enciclopedia economica alla voce “cartolarizzazione”, e fate di più, informatevi in proposito anche voi.

Quando e se, quella nazione sarà riuscita, con quel minimo di soldi che le è rimasto da spendere, a ricostruire almeno una capanna, sulle macerie dell’ex-impero di zio Sam, allora ne riparleremo.

Magari anche col ministro Zaia, secondo il quale tutto ciò si capovolgerà senz’altro a favore dell’economia italiana…

bah.

g.s.

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…And the winner is…

Novembre 2, 2008

Si avvicina il 4 novembre, è la vigilia dell’ennesimo epocale appuntamento che chiama alle urne gli statunitensi.

Siamo tutti lì, a vedere come andrà a finire. Aspettando, facendo il tifo per Barack Obama, il principe della cronaca dagli esteri, il nuovo che avanza.

Dico “tutti” e uso una classica generalizzazione, di quelle che i linguisti definirebbero una grave distorsione verbale.

Certo, in tanti stanno invece aspettando che vinca Mac Cain.

Io non voterei Obama solo perché è democratico. Mi sta proprio simpatico, è riuscito a sembrarmi una persona vera, in più, merita senz’altro il premio della poltrona ambita, per le sue capacità mediatiche. Senza contare il fattore più reazionario: un presidente nero alla Casa Bianca.

Roba da far rivoltare nella tomba i negrieri, e da far resuscitare centinaia di generazioni di schiavi, a partire dal primo deportato africano.

Il fatto è che io non credo che vincerà Obama: nel mio intimo, profondamente temo che perderà le elezioni.

E non solo per paura di veder disilluse le mie speranze, quanto perché credo che tutta questa propaganda ci piaccia, e che non vogliamo vedere la realtà, o quanto meno non riusciamo a vederla, offuscati da tanta doviziosa promozione pubblicitaria.

Ma cambierà davvero tanto la situazione, se dovesse essere eletto il provetto politico dalle umili origini? Non sarà come qui in Italia, che aspettiamo il messia dalla morte di Aldo Moro, che abbiamo visto avvicendarsi tante facce da bravi ragazzi, puntualmente risucchiati nel vortice del potere, delle logiche di partito, della forma mentis da piccoli uomini, indispensabile, a quanto pare, per scalare le gradinate dei palazzi?

Non sarà, Obama, un nuovo Cofferati, che dopo aver cavalcato le spinte anti-imperialiste, si è accontentato della loggia di Bologna, un nuovo D’Alema, crollato miseramente sotto l’imponenza di Berlusconi, o non sarà, ancora, un nuovo Veltroni, che non è andato a Roma, e ha perso pure la poltrona?

Io dico che non vale la pena di sperare. Dico che non so quanto me ne freghi in realtà delle elezioni americane. E dico pure che me ne deve fregare per forza, perché non si parla d’altro, perfino su questo blog.

Nietsche diceva che bisogna avere un caos dentro, per generare una stella danzante. Beh, speriamo che Barack, se vince, balli. E speriamo che sia vera, questa storia, che eventualmente con lui saremo anche noi, a ballare.